Un ministro per soli 4 senatori. Il potere silente di Speranza

Il piano segreto, gli errori nella prima fase, il libro mai pubblicato. L'esponente Leu ancora in sella nonostante tutto

Un ministro per soli 4 senatori. Il potere silente di Speranza

Benedetto Speranza. Quando venne nominato ministro nel Conte II il Quotidiano Sanità, portale specifico sui temi della salute, esternò la "sorpresa" di ritrovarsi l’esponente di Leu a viale Lungotevere Ripa. Tutti si aspettavano la riconferma di Giulia Grillo, e invece a succederle fu proprio lui. Sornione, volto pulito, aplomb da bravo ragazzo, eloquio non entusiasmante: Roberto ha indubbie capacità politiche. Da quando, a soli 34 anni, divenne capogruppo Pd alla Camera ha fatto passi da gigante. Punta di diamante di Articolo 1, si è ritrovato ministro grazie al Papeete di Salvini ed è riuscito, chissà se per miracolo o per capacità, a mantenere il potere pure nel "governo dei Migliori" di Mario Draghi.

Oggi il leader della Lega promette di "seppellire l’ascia di guerra" e di "sostenerlo" perché "ha vissuto un anno sotto pressione". Ma quando l'avvocato del popolo gli mise in mano il dicastero disse che Speranza aveva "competenza in sanità zero, esperienza in sanità pubblica o privata zero". Cioè era incompetente. Certo da settembre del 2019 ad oggi qualcosa avrà imparato: ministro nel pieno della pandemia, ha dovuto gestire situazioni inattese e certo complicate. Ma, come a lungo raccontato sul Giornale.it e ricostruito nel Libro nero del coronavirus (cliccca qui), il suo operato ha più volte sollevato proteste, recriminazioni, dubbi.

L'ultimo scontro sull'ordinanza che chiude gli sci è solo la punta dell'iceberg. "La più grande pecca di Speranza è stata la trasparenza", spiega Galeazzo Bignami, deputato FdI che che col ministro (e il ministero) ha intrapreso più di una battaglia. Gli viene contestato di aver avvallato i Dpcm dell’era Conte sulla base di valutazioni del Cts pubblicate solo 45 giorni dopo. Oppure di non aver ancora reso accessibili i verbali della sua Task Force sul coronavirus. E poi ci sono le polemiche sul piano pandemico non applicato, il report dell'Oms pubblicato e poi scomparso, la nomina a consulente di Walter Ricciardi, l'aver puntato sul vaccino "sbagliato", il "piano segreto" mai reso noto. "La mancata trasparenza non è servita a non condividere informazioni riservate - dice Bignami - ma a nascondere i tanti grossolani errori".

Lo scivolone più grosso, politicamente parlando, Speranza lo commette questa estate. Quando il virus sembra scomparso, pur predicando prudenza, il ministro si mette alla scrivania per scrivere un libro sull’esperienza passata. Verga oltre 200 pagine, le intitola "Perché guariremo" e poi lo ritira dalle librerie nel pieno della seconda ondata. Il suo testo dice tanto, anche se non tutto. Parla delle sue scelte, della settimana di solitudine, dell’aperitivo di Zingaretti cui era stato invitato. Ma anche delle colpe dell’Europa "formale lenta e incapace", delle responsabilità di Conte sulla comunicazione e della mancata zona rossa in Val Seriana. La procura di Bergamo l'ha già sentito due volte e la finanza ha perquisito gli uffici dei vertici del suo dicastero. Ha una bomba mediatica piazzata sotto la sedia, ma la sua fortuna è forse quella di essere un politico atipico per la sua generazione: usa poco i social, ha un sito che non aggiorna da mesi, cinguetta con moderazione. Senza grancassa mediatica, anche le grane risaltano meno.

Nato nel 1979, Roberto dice di amare la politica come "strumento per costruire una realtà migliore". Un impegno in grado di "smuovere montagne e abbattere muri", ma anche di permettergli una carriera fulminante. Laureato in Scienze Politiche, dopo una esperienza alla Barilla consegue un dottorato. Segretario nazionale e poi presidente nazionale della Sinistra Giovanile, partecipa alla nascita del Partito Democratico e con i dem brucia le tappe del cursus honorum: consigliere comunale a Potenza, assessore all’urbanistica, segretario regionale Pd, coordinatore delle primarie di Bersani, deputato dal 2013 e subito capogruppo. Dalemiano di ferro, bersaniano per riconoscenza, fa parte di quella cultura politica da scuola di partito. La rottura col Pd arriva a causa di Renzi, lo stesso che rischierà di tirarlo giù dalla poltrona di ministro: dopo la fiducia sull’Italicum, era il 2017, si dimette da capogruppo e con l’amato Bersani fonda Articolo 1.

Nessuno pensava potesse diventare ministro. Non tanto per le qualità personali, ma perché la sua lista (LeU) col 5% dei voti e la sconfitta clamorosa del centrosinistra alle elezioni del 2018 non poteva certo ambire a posti di rilievo. E invece la politica italiana è così malmessa che alla fine Roberto ce l’ha fatta. Per modellare il Conte II i voti di Leu, soprattutto al Senato, erano se non fondamentali sicuramente utili. Così l’avvocato ha riservato loro un posticino, finito al rampante giovinetto. Il paradosso dei paradossi, oggi, non è tanto la sua conferma: Draghi voleva continuità nella lotta alla pandemia e il suo nome gode delle grazie del Colle. Ma il fatto che nell’applicazione alla lettera del manuale Cencelli, LeU si trova in mano uno dei dicasteri più importanti senza essere decisiva nei numeri. Se i voti si pesano, qui siamo vicini al quintale. Per dire: il M5S ha ottenuto 1 ministro ogni 70 parlamentari, la Lega uno ogni 64, il Pd ogni 42, Fi e Iv uno ogni 46. LeU addirittura uno ogni 18, e pure con portafoglio: un record assoluto.

Liberi e Uguali ha 12 deputati e 6 senatori, divisi tra Mdp, Si, indipendenti, È Viva ed ex 5 Stelle. Un'accozzaglia variopinta e pure divisa su Supermario. Se alla Camera il gruppo è più o meno coeso, al Senato - lì dove solitamente cascano i governi - la partita è complicatissima. Articolo 1 voterà la fiducia, visto che Speranza è ministro. Due ex grilline (Fattori e Nugnes) diranno "no" al premier. Sinistra Italiana invece andrà all’opposizione, almeno in teoria: il congresso di partito si è espresso, ma due parlamentari su tre (De Petris e Palazzotto) se ne infischieranno e voteranno lo stesso la fiducia. La scissione dell’atomo non mette ovviamente a rischio l’esecutivo, ma delegittima non poco Roberto che ora si trova ad essere ministro pur portando in dote non più di quattro senatori. Come dire: finché c’è Cencelli, c’é Speranza.

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