Cronache

Molinari, un mondo corretto Sambuca

Suo padre fondò il marchio di liquore all'anice. Lui e i fratelli lo hanno fatto diventare globale

Molinari, un mondo corretto Sambuca

In quello zoo del marketing che è l'industria del beverage - tra Red Bull, Wild Turkey e altri brand che fanno capo a colossi internazionali - fa quasi impressione fermarsi a pensare a quei marchi italiani che ancora portano il nome di famiglia. Prodotti dalla storia ricchissima, fittamente intrecciata all'epopea del Bel Paese, fatta di tradizione, imprenditoria, creatività e materie prime. Il fernet Branca, la grappa Nonino, il bitter Campari. E ovviamente Molinari, la sambuca per antonomasia, che sabato ha visto perso la guida del presidente Antonio: l'uomo che l'ha resa il liquore all'anice più famoso al mondo insieme al pastis Pernod.

Antonio Molinari, che si è spento sabato ad 81 anni dopo una lunga malattia lasciando l'azienda ai figli Mario, Angelo e Inge, insieme ai fratelli aveva raccolto il testimone del padre Angelo. Il quale, barista ad Addis Abeba negli anni '30 e poi operaio presso lo stabilimento della Sambuca Manzi di Civitavecchia, si era messo in proprio nel 1945. Il liquore a base di semi di anice fa parte della tradizione enogastronomica di tutto il Mediterraneo, dall'ouzo greco al raki turco, all'anisetta delle coste dell'Adriatico al pastis provenzale, fino all'anice di Chinchòn in Spagna. Tutti hanno una ricetta diversa, con botaniche più o meno segrete. L'idea di Molinari fu semplice: usare l'anice stellato, la varietà considerata migliore, invece dell'anice verde. E sottolinearlo in etichetta con la scritta «Extra». Mossa geniale, probabilmente più geniale del gran rifiuto con cui Angelo decise di non diventare distributore italiano della Coca Cola. Ma si sa, non tutti i no vengono per nuocere.

Quella della Sambuca Molianri fu infatti una cavalcata epica attraverso il boom economico e la Dolce vita, fatta di testimonial di lusso (Walter Chiari, Veruska, Paolo Stoppa, Adriano Panatta, José Mourinho), spot perfetti, slogan che si conficcavano nel cervello: da «un buon drink lo prepari con Sambuca Molinari» a «chiara e decisa» fino a «non si chiama Sambuca, si chiama Molinari». E poi l'immagine, quel senso di godimento rinfrescante così italiano - la ricetta si rifà alla tradizione certosina - eppure così pop, con i bicchieri «con la nuvoletta», ovvero con acqua, o «con la mosca», ovvero con i chicchi di caffè, tenuti in mano dagli attori a via Veneto.

Fu così che prima Angelo, poi i figli Marcello e Mafalda e infine Antonio si trovarono a gestire un marchio diventato iconico. Un nuovo stabilimento a Frosinone, tecnologicamente all'avanguardia, e il marketing hanno consentito di arrivare a una produzione di 10 milioni di bottiglie, distribuite in 80 Paesi. Non male per un'azienda di Civitavecchia rimasta ancora a conduzione familiare, anche se ovviamente con bilanci milionari e l'85% del mercato della sambuca. Che, giova dirlo, non ha il sambuco fra gli ingredienti e probabilmente deriva dai sambuchelli, gli acquaioli campani che portavano acqua e anice ai contadini nei campi. Storia antica, che sa di caffè corretto e resentin, lontana eoni dai moderni drink come il «molijito», il mojito a base Molinari. Ma la nostalgia non serve. Le epopee di famiglia ci insegnano che ogni generazione è rivoluzionaria e conservatrice a modo suo. La storia di Angelo è finita, quella di Molinari continua. Chiara e decisa.

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