Morandi, 69 a processo "Già dal '90 sapevano che il ponte era a rischio"

Chiuse le indagini sul crollo, l'accusa dei pm "In 51 anni la pila 9 mai in manutenzione"

Morandi, 69 a processo "Già dal '90 sapevano che il ponte era a rischio"

Sono passati quasi mille giorni 983 oggi da quel 14 agosto in cui la pila nove del ponte Morandi di Genova collassò, provocando il crollo di una sezione di 250 metri del viadotto e la morte di 43 persone, tra chi lo stava percorrendo in quel momento e chi era al lavoro sotto quel pilone. E ieri dalla procura del capoluogo ligure i pm Walter Cotugno e Massimo Terrile e l'aggiunto Paolo D'Ovidio hanno notificato a 69 indagati su 71 altrettanti avvisi di chiusura indagine, riepilogando gli esiti di due anni e otto mesi di inchiesta sui motivi e sulle responsabilità di quel disastro, per il quale le toghe contestano a vario titolo ai dirigenti e tecnici di Autostrade e Spea coinvolti dieci ipotesi di reato: attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo doloso, disastro colposo, falso materiale, falso ideologico, falso in documenti informatici, lesioni personali colpose, omicidio colposo, omicidio stradale e omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro.

L'avviso di chiusura indagini passa in rassegna le criticità e le anomalie emerse in questi anni, dalla mancata manutenzione alla sottovalutazione dei segnali d'allarme, dai sopralluoghi eseguiti con binocoli e cannocchiale alla esiguità degli investimenti in interventi per mantenere in salute la struttura. I pm ricordano, per esempio, che nell'intero arco di vita del viadotto, in 51 anni, le indagini hanno appurato che non è «mai stato eseguito il benché minimo intervento manutentivo di rinforzo sugli stralli» del pilone che poi ha ceduto nell'estate di tre anni fa. Quanto ai costi sostenuti per interventi strutturali, l'inchiesta ha calcolato in 24.476.604 euro l'investimento complessivo effettuato «nei 36 anni e 8 mesi intercorsi tra il 1982 e il crollo». Sono meno di 700mila euro l'anno, ma a colpire è un altro dato: di quella cifra, scrivono i pm, il 98,01 per cento l'ha speso il concessionario pubblico, solo l'1,99 per cento il concessionario privato, ossia appena 488mila euro. E la spesa media, si legge ancora nell'atto, è stata pari a 3.665 al giorno per il concessionario pubblico e 71 euro al giorno per quello privato. Dati che secondo la procura Autostrade non può certo giustificare «con l'insufficienza delle risorse finanziarie necessarie, dal momento che aveva chiuso tutti i bilanci dal 1999 al 2005 in forte attivo (utili compresi tra 220 e 528 milioni di euro circa), e che, tra il 2006 e il 2017, l'ammontare degli utili conseguiti da Aspi è variato tra un minimo di 586 e un massimo di 969 milioni di euro circa, utili distribuiti agli azionisti in una percentuale media attorno all'80 per cento, e sino al 100 per cento».

L'atto della procura mette poi in risalto come già dal biennio 1990/91 dalle indagini diagnostiche, «pur eseguite in modi parziali e inadeguati», erano emerse gravi criticità relative alla pila 9: trefoli allentati, cavi scoperti e privi di guaina proprio nel punto che ventotto anni dopo avrebbe ceduto. Anche l'ultimo sopralluogo «ravvicinato», che risale a ottobre 2015 e che era il primo dopo quelli di inizio anni '90, aveva evidenziato «chiarissimi segnali d'allarme», pur essendo anche questo lavoro ispettivo svolto, secondo i magistrati, in modo inidoneo e inadeguato, a distanza e con l'aiuto di binocoli. Un allarme, inascoltato, secondo l'avviso di chiusura indagini arrivò anche dal «modesto e inidoneo» sistema di sensori per il monitoraggio del viadotto, che ha funzionato solo tra 2008 e 2016 e che proprio poco prima di smettere di funzionare (per l'accidentale rottura dei cavi del sistema durante lavori di routine) aveva segnalato «movimenti anomali e inattesi dell'impalcato» proprio in corrispondenza della pila 9, movimenti che però «venivano totalmente ignorati da Aspi e Spea», concludono i pm.

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