"Attanasio? Morire per il Paese non merita meno rispetto"

L'ex sottosegretario alla Difesa: "Ora si pretenda la verità per Luca come per Regeni"

"Attanasio? Morire per il Paese non merita meno rispetto"

«L'indifferenza per l'uccisione in Congo dell'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci mi colpisce. Sembra quasi che morire servendo il proprio paese meriti meno rispetto».

L'ex sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto commenta così le parole di Salvatore Attanasio, padre del diplomatico ucciso, che denuncia il «silenzio tombale» sull'assassinio del figlio. «È evidente che quella vicenda - dichiara Crosetto in questa intervista a il Giornale - non suscita l'interesse riscontrato nei casi di Giulio Regeni o Patrick Zaki. Per questo non sentiamo politici, giornalisti o attivisti pretendere la verità su quanto successo o sul perché è successo. Questo colpisce perché la pietà non deve conoscere pregiudizi. E non devono esserci preferenze nell'invocare la verità. Chi s'indigna per la morte di Giulio Regeni, deve pretendere la verità anche per Luca Attanasio o per il dottorando Davide Giri accoltellato a morte a New York a dicembre».

Da Fabrizio Quattrocchi fino ad Attanasio e Giri c'è una sequela di morti classificate di serie B...

«Più che di classificazione parlerei di cinismo nell'utilizzo delle tragedie. Trattare pregiudizialmente i morti in base all'ideologia è molto brutto. Ancor peggio è celebrare e ricordare solo le vicende funzionali a trasferire una certa immagine della realtà. Chi è funzionale a quel disegno viene celebrato e diventa un morto di serie A. Chi non lo è passa in serie B e viene dimenticato».

Anche le disgrazie sono, insomma, funzionali ad una certa ideologia?

«Assolutamente. Dell'imprenditore veneto Marco Zennaro, prigioniero da mesi in Sudan, si è parlato molto poco. È stato dimenticato e abbandonato pur essendo un italiano trattenuto ingiustamente all'estero. Al contrario si è parlato tantissimo di un Patrick Zaki che, pur essendo una vittima, è un cittadino egiziano trattenuto in Egitto».

Dunque anche morti e ingiustizie rispondono al filtro del politicamente corretto?

«Certo, pensiamo alla vicenda di Giri. Il racconto del suo assassinio a New York per mano di un esponente d'una gang di colore andava contro il politicamente corretto. Per questo è stato ignorato e ridimensionato. Una vergogna perché bisogna avere la forza e il coraggio di scandalizzarsi per tutte le morti, non solo per quelle che fanno comodo. Il main stream, o meglio l'opinione corrente, cerca invece di farci vedere solo la realtà che risponde ai principi d'acclamare e celebrare. In quel teatrino la verità non conta, vite e morti si valutano solo attraverso le lenti dell'ideologia».

Torniamo al caso Attanasio. Il governo sta facendo abbastanza?

«Per quanto ne so governo, magistratura e Ros stanno facendo il possibile in una situazione resa particolarmente difficile dalla situazione conflittuale di quella regione del Congo. Farnesina, Carabinieri e Stato italiano stanno facendo di tutto per accertare la verità. Anche se questa è assai scomoda per il Pam (Programma alimentare mondiale)».

In che senso?

«Nel senso che il governo ha assunto una posizione molto dura sul tema dell'immunità diplomatica richiesta dal Pam, spiegando all'Onu che sarà la nostra magistratura a valutarla. Quindi ha respinto le tesi rivolte a impedire indagini approfondite».

Riusciremo a punire gli eventuali responsabili?

«Se le responsabilità verranno provate dovremo evitare che i responsabili ne escano impuniti come successe con i due aviatori americani responsabili della tragedia della funivia del Cermis. Dobbiamo imparare a comportarci come farebbero gli americani al nostro posto».

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