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Mosca non vince ma la "pace giusta" resta una chimera

Lo scenario plausibile di un congelamento del conflitto

Mosca non vince ma la "pace giusta" resta una chimera
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Lo scorso anno nelle postazioni ghiacciate dell'artiglieria italiana fornita agli ucraini nei dintorni di Pokrovsk speravo che fossero gli ultimi mesi di guerra. La cittadina contesa, ridotta ad un cumulo di macerie, è quasi del tutto caduta e gli invasori russi sono avanzati nel 2025 di 4.524 chilometri quadrati, più che nel secondo e terzo anno di guerra messi insieme. Però ad un prezzo enorme in termini di distruzioni e sangue. Le stime parlano di una previsione di 2 milioni di caduti e feriti entro l'estate, dall'invasione del 24 febbraio 2022, sia russi che ucraini. I primi circa il doppio rispetto ai secondi, anche se le cifre più o meno ufficiali che trapelano sono ben inferiori, ma comunque pesanti: 55mila soldati ucraini uccisi, senza tener conto dell'ingente numero di dispersi e 200mila russi con lo stesso problema di chi è "scomparso" in azione. Il generale Oleksandr Syrskyi, che comanda le forze ucraine, ha annunciato alla vigila del quarto anniversario di guerra, che le truppe d'assalto sono riuscite a riconquistare 400 chilometri quadrati in direzione di Oleksandrivka. Dieci volte di meno rispetto all'avanzata russa dell'ultimo anno, che ha l'iniziativa su gran parte della prima linea lunga oltre mille chilometri. Per non parlare del diluvio di missili e droni che colpiscono quasi quotidianamente l'Ucraina. Solo i velivoli senza pilota, in gran parte kamikaze, sono stati quasi 55mila ed il 7 settembre si è toccata la punta massima di 820 ordigni volanti, compresi i missili, su Kiev e altre città.

Nonostante tutto, l'orso russo, è ancora impantanato nel Donbass. Gli ucraini resistono, con le unghie e con i denti, nel 16% dell'oblast di Donetsk, con la linea del Piave lungo le cittadine di Kramatorsk e Sloviansk dove tutto è iniziato, in seguito alla rivolta e colpo di mano di Maidan, nel 2014. Dopo quattro anni di guerra, che doveva finire con una blitzkrieg di un mese o poco via, Vladimir Putin non è riuscito ad occupare l'intero Donbass né con le cattive, né con le buone al tavolo delle trattative. Per il nuovo Zar è fondamentale piantare la bandierina per annunciare "vittoria", anche se di Pirro. Al momento i russi controllano circa il 20% del Paese aggredito, un misero bottino per una superpotenza, rispetto al piano iniziale di trasformare l'Ucraina in uno stato vassallo. Anche Kiev è in estrema difficoltà dopo aver raschiato il fondo del serbatoio umano per mandare uomini al fronte. Per non parlare dell'abbandono del grande alleato americano, che l'Europa prova a sostituire fra imboscate e contraddizioni. Il premier ungherese, Viktor Orban, ha bloccato il prestito di 90 miliardi di euro all'Ucriana, linfa vitale per tenerla in piedi. Una rappresaglia alla chiusura dei rubinetti del petrolio dell'oleodotto di Druzhba, che Orban imputa a Kiev. Gli ucraini rispondono che è colpa dei russi.

Il presidente, Volodymyr Zelensky, ha annunciato che la guerra è "all'inizio della fine". Speriamo che sia così, ma la "pace giusta", sulla bocca di tutti i leader, è una chimera. Al massimo si arriverà ad un congelamento del conflitto, sempre meglio che una guerra senza fine.

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