Le mosse di BoJo che vede lungo

Le mosse di BoJo che vede lungo

Laburisti, contro. Lib-dem, contro. Nazionalisti scozzesi, contro. Brexit party, contro. Unionisti nord irlandesi, contro. Gli stessi conservatori sono pericolosamente spaccati. Boris Johnson si presenta ai britannici con un'intesa che somiglia maledettamente a quella che costò la bocciatura a Theresa May e la spaccia come un grande accordo. A che gioco sta giocando BoJo? Se dovessimo guardare solo alle chance aritmetiche di passare il voto di Westminster domani, sembra più un suicidio politico che un azzardo. Il premier, che ha deciso di rinunciare al sostegno degli incontentabili nord irlandesi del Dup - che con i loro pochi seggi permettono la sopravvivenza del suo governo - ha i numeri inesorabilmente contro. Deve sperare non solo di convincere i suoi frondisti interni, ma perfino di recuperare oltre venti laburisti scontenti e più maldisposti verso un Brexit no deal che verso l'eventualità di sostenere il detestato BoJo. Sembra molto improbabile che ci riesca. Epperò. Il premier ha a disposizione ancora qualche carta per addolcire in Parlamento gli unionisti del Dup, che forse stanno alzando al massimo il loro prezzo per ottenere da lui il più possibile prima del voto di domani. Può contare sul fatto che lo spettro del No Deal spinga dalla sua parte più parlamentari del previsto. Ha dalla sua la risposta molto positiva dei mercati all'annuncio dell'accordo, con tanto di promettente resurrezione della sterlina. Può perfino sperare, sotto forma di una estensione dei tempi della Brexit che ora giura di non volere, in un soccorso da quella Europa da cui si sta per separare. Questo sul fronte del voto decisivo di domani. Ma il premier sembra anche aver ragionato sull'eventualità di una sua sconfitta, guardando alle non lontane elezioni politiche. In questo caso, potrà presentarsi ai suoi connazionali come l'unico che ha lavorato fino in fondo per ottenere da Bruxelles il rispetto del risultato del referendum del giugno 2016. Potrà scaricare sul Parlamento la responsabilità di una uscita senza accordo (che del resto aveva sempre rivendicato di non temere) e così verosimilmente disinnescare la concorrenza del velleitario Brexit party. Va infine considerato - last but not least è il caso di dire - che forse la carta migliore che Johnson ha in mano non è aridamente di natura tattica. Il leader tory potrà sostenere che un accordo migliore di questo, piaccia o non piaccia, sarà impossibile ottenerlo. Se i suoi avversari vorranno affondarlo, quindi, dovranno assumersene la responsabilità. A quel punto, pur di fatto sconfitto, avrà comunque modo di accusare i suoi avversari di aver anteposto i loro interessi politici di parte a quelli nazionali, oltretutto andando contro alla volontà espressa dall'elettorato nel referendum. In questo modo, quella che oggi realisticamente appare come un'operazione furbesca per ottenere da Bruxelles poco più di quanto aveva strappato la vituperata May potrà rivelarsi preziosa per vincere le elezioni tra due mesi e affrontare con nuove forze una partita politica comunque difficile.