Mottarone, "l'azienda sapeva dei problemi"

I giudici: dal titolare e dal direttore "una nitida strategia" per negare i guai

Mottarone, "l'azienda sapeva dei problemi"

Il direttore e il titolare della funivia del Mottarone, sapevano. Sapevano che la struttura aveva dei problemi e che, in assenza di un radicale intervento di manutenzione, «la funivia avrebbe funzionato con il freno di emergenza disinserito». Per questo erano consapevoli dei rischi nel caso in cui si fosse verificato un malfunzionamento. Rischi che il 23 maggio dell'anno scorso si sono trasformati in una strage con 14 persone morte e un unico superstite: un bambino che su quella funivia ha perso genitori, sorella e nonni. A dirlo è la Cassazione nelle motivazioni della sentenza dello scorso aprile con la quale ha annullato con rinvio a una nuova sezione del tribunale del Riesame di Torino il provvedimento che aveva disposto i domiciliari per Luigi Nerini, titolare della concessione, e l'ingegnere Enrico Perocchio, direttore dell'impianto.

Per la Cassazione i due indagati hanno messo in atto una «nitida strategia aziendale» e addirittura l'ingegnere «istigò i dipendenti a disattivare il sistema frenante di emergenza». Inoltre i giudici sottolineano che «è emerso univocamente che la cabina veniva regolarmente utilizzata da turisti, dipendenti e ditte di manutenzione, per cui è da apprezzarsi la sussistenza del carattere di diffusità del pericolo creata mediante la volontaria ed illecita omissione delle cautele prescritte, dalla quale è scaturito, sul piano causale, il disastro». Le informazioni emerse dalle istruttorie hanno dunque «espressamente avallato questo incauto modus operandi» dei due dirigenti e dall'altra parte hanno attestato «che i tragici fatti del 23 maggio 2021 hanno interessato una realtà aziendale che aveva già fatto i conti, in passato, con il conflitto tra le esigenze della sicurezza e quelle di natura economica». I supremi giudici evidenziano come l'accusa si regga «sul postulato secondo cui l'ingegner Perocchio, trovandosi in posizione sovraordinata nella scala gerarchica azienda e avendo il potere, quale direttore di esercizio, di fornire al personale dipendente indicazioni sugli adempimenti da espletare per garantire la sicurezza dei lavoratori, avrebbe istigato, per ragioni di convenienza, Tadini - dipendente delle ferrovie del Mottarone con funzioni di capo servizio - a disattivare il sistema frenante d'emergenza e, precipuamente, a omettere la rimozione del ceppo nell'orario di apertura della funivia al pubblico». E questo comportamento deriverebbe da una «precisa strategia aziendale». Per i giudici è quindi evidente «che agli indagati si ascrive di aver dolosamente omesso la rimozione dei forchettoni».

La Suprema Corte dunque dimostra di condividere la ricostruzione dei fatti realizzata dalla procura di Verbania e i capi di imputazione a carico di Perocchio e Nerini per «rimozione o omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e per omicidio colposo

plurimo». Inoltre «solida» è la motivazione con la quale il Tribunale del riesame di Torino, applicando gli arresti domiciliari a Perocchio, ha dichiarato attuale il «pericolo di recidiva» e il «pericolo di reiterazione».

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