Mps, David Rossi e feste gay. "Ma il pm mi disse: fermati"

In esclusiva il verbale del carabiniere mai sentito da Genova: "Così Marini impedì pure altre mie indagini"

Mps, David Rossi e feste gay. "Ma il pm mi disse: fermati"

Ai festini gay nel Senese c'erano manager Mps, politici e anche un prete. «Mi dissero ci fosse anche il procuratore Nicola Marini. Ma lui mi chiese di insabbiare quella e altre indagini». A parlare con l'avvocato Carmelo Miceli non è un escort ma Francesco Marinucci, ex comandante della stazione dei carabinieri di Monteriggioni, che insinua anche l'esistenza di video sui festini che immortalerebbero lo stesso Marini, oggi procuratore capo reggente di Siena. Accuse pesantissime, depositate e finite (senza nomi) in una puntata delle Iene eppure rimaste senza seguito. Se Marinucci mente perché non è stato mai indagato? E il Csm che cosa aspetta a intervenire?

È lo stesso Miceli a chiederselo da quando dopo aver interrogato l'ufficiale da difensore della famiglia e aver depositato verbale interamente trascritto e pennetta Usb si aspettava una mossa alla Procura di Genova, che invece ha archiviato tutto e non l'ha mai sentito. Ma il verbale è sparito, poi riapparso, «senza essere mai preso in esame nel fascicolo sui presunti abusi e omissioni nelle indagini sulla strana morte di Rossi», volato da una finestra della banca senese il 6 marzo del 2013. «Ed è ancora più grave - ribadisce il legale al Giornale - che il Procuratore aggiunto di Genova Vittorio Ranieri Miniati, anche davanti alla commissione d'inchiesta dica di esserne venuto a conoscenza all'ultima udienza, quando invece noi l'avevamo depositata il 14 agosto 2019 e fatta presente più volte».

D'altronde, nessun insabbiamento è la linea sostenuta da tutti e tre i pm (oltre a Marini, anche Aldo Natalini e Antonio Nastasi), vergata nella lettera del legale genovese Andrea Vernazza contro il lavoro della commissione d'inchiesta. Missiva dalla quale però sembrerebbero aver preso le distanze Nastasi e Natalini. Contattati dal Giornale, entrambi si rifugiano dietro un no comment, ma alcuni toni della missiva avrebbero irritato soprattutto Nastasi, oggi pm del caso Matteo Renzi-Fondazione Open, chiamato in causa in prima persona nel presunto inquinamento della scena del crimine dalla deposizione in commissione dell'ex comandante dei carabinieri di Siena, il colonnello Pasquale Aglieco, che sarebbe stato presente (senza averne titolo) nell'ufficio di Rossi dopo la caduta. Anche, è emerso, per rivendicare inutilmente la competenza dell'Arma sulle indagini, sebbene qualche collega lo smentisca.

Presto i tre verranno sentiti in commissione, probabilmente assieme a Marinucci, la cui testimonianza si intreccia con un esposto anonimo in cui si parlava dell'esistenza di festini all'interno dell'Arcivescovado, ben prima della morte di Rossi. Ma Marini avrebbe ordinato al maresciallo di interrompere qualsiasi indagine e di non verbalizzare nulla. «Testimonianze inosservate, o addirittura perse, poi ritrovate, poi non considerate. Eppure si tratta di dichiarazioni spontanee di un ufficiale personalmente coinvolto dalle azioni omissive di Marini, che avrebbe dichiaratamente imposto a lui di non proseguire anche con altre indagini», si lamenta col Giornale Carolina Orlandi, figlia di Rossi. «E nessuno ci chiede scusa», sottolinea Paolo Pirani, legale del fratello di Rossi, Ranieri.

Ma c'è un filo rosso che lega alcuni protagonisti della vicenda Rossi con lo strano incendio del 2 aprile 2006 che devastò alcuni uffici all'interno della Curia arcivescovile di Siena. Fu Marini a indagare l'allora economo della diocesi (difeso da Giuseppe Mussari), che aveva ingiustamente accusato del rogo l'archivista, ma anche questa vicenda finì senza colpevoli. Cosa si nascondeva in quei documenti irrimediabilmente persi dalla Curia? Strani affari immobiliari? Forse non lo sapremo mai. Ma a Siena quasi tutti sanno. E presto qualcuno potrebbe decidersi a parlare.

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