Come sua abitudine, Donald Trump dà il là al ciclo di notizie quotidiano affidando prima al britannico Telegraph e poi all'agenzia Reuters gli attacchi più duri finora lanciati contro la Nato. Dopo avere sferzato per anni gli alleati "scrocconi" che si riparavano pigramente sotto l'ombrello americano e non investivano abbastanza per la propria difesa, il presidente ha alzato il livello dello scontro, minacciando di ritirare gli Stati Uniti dall'Alleanza. Trump ha fatto sapere che sta "assolutamente" prendendo in considerazione l'ipotesi e che la questione è ormai "oltre ogni possibilità di ripensamento", dopo il rifiuto degli alleati di sostenere la guerra in Iran, mandando le proprie flotte a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Un'anticipazione di quello che dirà anche nel suo discorso alla nazione, pronunciato nella notte italiana, nel quale esprimerà il suo "disgusto" per gli alleati. Per quella che Trump ha definito una "tigre di carta" dalla quale "non è mai stato impressionato" è forse la peggiore crisi in 77 anni di storia. Il ritiro della Francia di De Gaulle nel 1966 dal comando militare integrato della Nato o le ambiguità degli eurocomunismi degli anni '70 e '80 non sono minimamente paragonabili.
Sull'altra sponda dell'Atlantico, le risposte giungono da più fronti. Il premier britannico Keir Starmer replica alle parole del presidente definendo la Nato l'alleanza militare "più efficace al mondo". E ancora, "questa non è la nostra guerra e non ci lasceremo trascinare al suo interno". L'Unione europea affida la sua risposta a un portavoce, che conferma l'impegno Ue per un "forte legame transatlantico, che rimane cruciale per la nostra sicurezza: insieme siamo più forti, e in questo la Nato è fondamentale". Emmanuel Macron, in visita in Giappone, loda la "prevedibilità" europea, rispetto all'atteggiamento di Paesi che "possono danneggiarti, senza nemmeno informarti". Da Bruxelles, fonti dell'Alleanza invitano a "mantenere la calma", rilevando che Trump non è nuovo a quelle che vengono definite "provocazioni". Nel complesso, si tratta di reazioni interlocutorie, che puntano a non alimentare ulteriormente un incendio che rischia di finire fuori controllo. Anche alla luce delle difficoltà interne che il tycoon si trova ad affrontare a seguito del conflitto in Medioriente. Offrire alla sua base Maga lo "scalpo" della Nato, in nome dell'America First, potrebbe aiutarlo a uscire dall'angolo. E tuttavia, al netto del danno che un divorzio dalla Nato causerebbe all'industria militare Usa, anche se volesse dare seguito alla sua minaccia, Trump si troverebbe ad affrontare un ostacolo legislativo pressoché insormontabile. Nel 2004, nel tentativo di "immunizzare" l'alleanza da Trump, il Congresso approvò il National Defense Authorization Act (Ndaa), vietando a un presidente degli Stati Uniti di ritirare unilateralmente il Paese dalla Nato senza l'approvazione dei due terzi del Senato o un atto del Congresso. Ipotesi impossibile con gli attuali schieramenti. Senza contare l'opposizione, soprattutto al Senato, dei settori più tradizionali del Partito repubblicano.
La legge venne co-sponsorizzata dall'allora senatore Marco Rubio. Lo stesso Rubio che, in veste di segretario di Stato, anticipando le parole di Trump ha affermato che gli Stati Uniti "dovranno riesaminare" la loro appartenenza alla Nato.