No al garante del giornalismo spazzatura

Sul Fatto di oggi un profluvio di insulti a Berlusconi. È un classico di Travaglio che ha un casellario giudiziale chilometrico

Marco Travaglio, garante del giornalismo spazzatura

"Io sono il suo core business". Così disse Berlusconi parlando di Marco Travaglio nella puntata - divenuta storica - di Servizio Pubblico del 10 gennaio 2013. E adesso che il nome del Cavaliere ricorre ogni giorno sulla pagine dei giornali come possibile candidato al Quirinale, il copione si ripete. Il direttore del Fatto Quotidiano, da un lato, gongola perché può tornare a fare quello che gli riesce meglio, e cioè diffamare; dall'altro teme seriamente che l'ipotesi possa diventare realtà.

Ecco dunque pronta una nuova ragione - editoriale - di vita: una bella (si fa per dire) raccolta firme per dire "No, grazie" a Silvio Berlusconi presidente della Repubblica. Cosa non si fa per far parlare di sé e per vendere qualche copia in più. Come se non bastasse, un po' di pepe alla petizione: "No al garante della prostituzione". È questo il titolo che campeggia sulla prima pagina del giornale. L'incipit dell'articolo poi è ancora più pesante: "Silvio Berlusconi è il garante della prostituzione e della corruzione". Secco. Così, tranchant. A prova di querela per diffamazione. Evidentemente però l'ennesima causa contro di lui non lo spaventa. Oppure, il direttore del Fatto Quotidiano ha dimenticato quante ne ha prese e quanto ha dovuto scucire ai diretti interessati. Allora, nell'auspicio di fargli cosa gradita, gli rammentiamo qui il suo passato, non sia mai che si ravveda.

Siccome l'elenco delle cause perse da Travaglio risulta davvero lungo e complesso, conviene mettere le mani avanti su eventuali svarioni. Mancanze ce ne saranno di sicuro. Se non altro perché citeremo soltanto qualche esempio. Il trenino parte nel 2000, con una condanna in sede civile. Il risarcimento previsto è di 79 milioni di lire, mentre la citazione in giudizio è di Cesare Previti. Siamo ai tempi de L'Indipendente. Poi arriviamo al 2004, con un'ulteriore condanna in sede civile ed 85 mila euro di risarcimento più 31 mila euro di spese processuali per via di un errore di omonimia fatto su un libro: La Repubblica delle banane. Uno svarione che è finito anche su L'Espresso. Poi la pena è stata ridimensionata nel 2009 per via di un ricorso. Nel 2005, ancora, arriva un'altra condanna in sede civile: 12mila euro a Fedele Confalonieri più le spese proccessuali. Poi il 2009: 5 mila euro di risarcimento al giudice Filippo Verde. Nel 2010: 16 mila euro all'ormai ex presidente del Senato Renato Schifani. C'è una condanna di un procedimento penale che risulta definitiva: risale al 2010 e riguarda di nuovo Cesare Previti. Ci siamo capiti e forse non serve procedere oltre, con quello che è accaduto nel decennio successivo. La lista che Berlusconi ha sciorinato nella puntata citata - quella della famosa spolverata alla sedia - si è allungata nel tempo.

Oggi la battaglia principale è portata avanti da Matteo Renzi. Lo stesso leader d'Italiva Viva ha comunicato la volontà di procedere "colpo su colpo". "Travaglio - ha fatto presente l'ex premier durante una recente e nota puntata di Otto e Mezzo - è un diffamatore seriale. Lui distrugge Il Fatto Quotidiano, che è un'azienda quotata in borsa. Le richieste di risarcimento danni sono, in questo momento, superiori al valore dell'azienda. Io non voglio la fine de Il Fatto Quotidiano - ha insistito l'ex presidente del Consiglio - perché è il vitalizio per me e per la mia famiglia". Renzi ha ricordato pure la sconfitta di Travaglio presso la Cedu. Da "core business" a "vitalizio": cambiano le definizioni ma non certa sostanza. E forse cambiano pure protagonisti e momenti politici, ma il metodo rimane lo stesso: questa sì che è una "garanzia".

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