Il punto non è la gaffe. Le gaffe capitano, anche ai professionisti più esperti. Il punto è ciò che viene dopo: il modo in cui si reagisce, si chiarisce, si ristabilisce la verità. Ed è qui che la condotta di Bianca Berlinguer diventa, francamente, indifendibile. Perché una notizia falsa, non diventa meno falsa se accompagnata dal contraddittorio. Non si sterilizza con la replica dell'interessato. Non si neutralizza dicendo che Sigfrido Ranucci "ha fatto un'ipotesi". Le ipotesi, in televisione, hanno un peso. E quando toccano persone e istituzioni, diventano responsabilità. Inoltre, il giornalismo non è un condominio dove ciascuno risponde solo del proprio appartamento: è una responsabilità editoriale condivisa, che grava in primis su chi conduce e dirige. Invocare la libertà di espressione come scudo assoluto è un'operazione tanto comoda quanto scandalosa oltre che pericolosa. Perché qui non si tratta di opinioni, ma di fatti. E i fatti, quando vengono distorti o inventati, richiedono una sola cosa: rettifica. Chiara, netta, senza ambiguità. Invece no. La linea scelta dalla Berlinguer è quella dell'autogiustificazione, con una dose di arroganza che lascia interdetti. Si pretende persino di trasformare un grave inciampo professionale in una lezione di giornalismo, come se bastasse concedere il diritto di replica a Carlo Nordio per lavarsi la coscienza. Come se l'equilibrio tra accusa e difesa potesse compensare la leggerezza iniziale. Ma il giornalismo non funziona così. Non è un ring dove si mettono due contendenti e si lascia al pubblico il compito di decidere chi ha ragione. È, o dovrebbe essere, un filtro rigoroso tra realtà e narrazione. Quando quel filtro salta, il danno è già fatto. E allora il problema non è solo l'episodio in sé, ma il messaggio che passa. L'idea che tutto sia lecito, purché si mantenga una parvenza di pluralismo. Che si possa insinuare, alludere, suggerire salvo poi cavarsela con un "era solo un'ipotesi". È questa la deriva più preoccupante: la trasformazione del giornalismo in una macchina di delegittimazione, dove il sospetto vale quanto la prova e la reputazione altrui diventa materiale di consumo. Altro che diritto di cronaca: qui siamo al diritto di insinuazione. E in questo quadro, la scelta di non chiedere scusa non è un dettaglio. È una dichiarazione di principio.
È dire che non c'è nulla da correggere, nulla da rivedere. Che il metodo è giusto, anche quando il risultato è profondamente sbagliato. Un messaggio devastante, soprattutto per quanti il giornalismo lo prendono ancora sul serio.