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"Non serve essere Alex per fare cose meravigliose"

Le parole del figlio Niccolò al funerale dell'ex pilota

"Non serve essere Alex per fare cose meravigliose"
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Alex sarebbe stato felice di rivedere tanti amici tutti assieme. E sarebbe stato contento anche di vederli andar via con il sorriso a contrastare le inevitabili lacrime. Lui avrebbe voluto una festa e avrebbe apprezzato anche le musiche scelte, dal Combattente di Fiorella Mannoia al Ti insegnerò a volare che Vecchioni e Guccini avevano scritto per lui. Sarebbe stato fiero delle parole di sua cognata Barbara, di suo figlio Niccolò, dei tre ragazzi di "Obiettivo 3", l'associazione che continuerà a vivere dopo di lui, la sua eredità sportiva, ma anche morale. Per l'ultimo saluto si sono riuniti nella Basilica di Santa Giustina a Padova i suoi amici delle auto e quelli del mondo paralimpico, più qualche compagno di viaggio della sua lunga vita dalle mille sfaccettature come Alberto Tomba, Christian Ghedina o Julio Gonzalez, l'ex calciatore paraguaiano del Vicenza con un braccio solo. C'erano i suoi fratelloni, Max Papis arrivato dagli Usa insieme a Jimmy Vasser e Paolo Barilla. Ma c'erano anche Stefano Domenicali, Giancarlo Minardi, Gabriele Tardozzi e Roberto Ravaglia, oltre al presidente dell'Aci Geronimo La Russa. C'erano il ministro Abodi, Giovanni Malagò e i presidenti di ieri e di oggi del Comitato Paralimpico, Luca Pancalli e Marco Giunio De Sanctis. Ma soprattutto c'erano decine e decine di atleti paralimpici. Volti noti come Vittorio Podestà o Bebe Vio e volti sconosciuti ai più. Chi in carrozzella, chi con le protesi nascoste sotto gli abiti. Sono stati loro il cuore della cerimonia. Hanno accompagnato la bara in legno chiaro sia all'ingresso che all'uscita. Lo hanno ringraziato perché lui è stato la loro ispirazione. C'è chi racconta di averlo conosciuto a Budrio dove tutti e due dovevano farsi fare delle protesi, ma di essersi trovato poi nel garage di casa sua a provare una handbike. Alex era così, non aveva solo parole buone e consigli per tutti. Quando poteva aiutava anche concretamente. Regalava o riparava le handbike perché era anche più bravo dei meccanici ufficiali della federazione. Non si poteva che metterne una sull'altare accanto alle corone di fiori.

Sarà anche stato solo Alex Zanardi da Castelmaggiore, il figlio di un idraulico e della signora Anna che era casalinga, ma di notte cuciva le asole delle camicie per arrotondare il bilancio famigliare, ma è stato tanto, tantissimo per tutti. Vedi la mamma e capisci da chi ha preso la forza Alex. Lei, che prima di Alex aveva perso la figlia Cristina e il marito, è qui che chiacchiera con gli amici del figlio. Racconta la forza che aveva e che deve essere stata contagiosa a vedere quanta gente c'è attorno alla sua bara ricoperta di rose bianche. Gente che Alex ha ispirato e grazie a lui ha scoperto che un disabile può anche mettersi a correre, vincere delle medaglie o semplicemente vivere pensando a ciò che è rimasto e non a ciò che ha perso.

Lui lo insegnava a tutti e in tanti lo hanno capito perché "non serve essere Alex Zanardi per avere una vita meravigliosa. Bisogna solo trovare il sorriso e la gioia anche nelle piccole cose", come ha detto Niccolò che quel padre supereroe lo avrà sempre nel cuore, come tutti quelli che ieri hanno voluto regalargli un ultimo saluto.

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