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"Non temiamo le bombe ma la repressione". I racconti dalle piazze tra paura e speranza

Comunicazioni con l'estero limitate, ansia e voglia di libertà

"Non temiamo le bombe ma la repressione". I racconti dalle piazze tra paura e speranza
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Le voci delle persone di Teheran arrivano a singhiozzo ai loro familiari all'estero. Le comunicazioni sono state interrotte dal regime subito dopo l'attacco americano, solo chi ha una rete vpn o il sistema Starlink riesce a comunicare, e sono una minoranza. È il modo con cui gli ayatollah isolano il popolo iraniano, come durante le brutali repressioni. Ma alle uniche immagini della propaganda iraniana che mostrano la piazza che piange per Khamenei, si contrappone un'altra parte di Paese che festeggia per la sua morte.

Anche se la prudenza nelle comunicazioni è estrema, gli iraniani che riescono a inviare messaggi ai propri amici e famiglie all'estero, raccontano un sentimento comune: "Noi siamo a casa, sentiamo i bombardamenti siamo felici. Godiamo al rumore di ogni bomba - è il messaggio vocale inviato da una giovane di Teheran a un iraniana che vive a Roma - per ora va tutto bene e, sperando in Dio, al primo richiamo usciamo per le strade e finiamo tutto".

Aspettano un segnale dagli Stati Uniti, dicono, per riversarsi in strada a milioni. Molti lo hanno fatto nelle ultime ore nonostante la paura della violenta Basij, la costola dei Pasdaran incaricata di stroncare il dissenso, come nella repressione delle scorse settimane, la più sanguinosa che si ricordi. Diverse testimonianze riferiscono che sarebbero già iniziate le ritorsioni e gli spari su chi festeggia.

Ma sul terrore di altri morti, prevale la speranza che un aiuto esterno li liberi dalla morsa del regime. "Eravamo in ufficio quando, sentendo le urla dei colleghi, siamo saltati tutti fuori per capire cosa stesse succedendo - dice una donna iraniana in un messaggio mandato a una sua parente a Roma - Era pieno di polvere e fumo. Tutti dicevano che avevano colpito il quartier generale di Khamenei, ma non ci aspettavamo che lui fosse proprio lì. Dopo la notizia della sua morte in tutti i gruppi con gli amici si gridava Viva Trump. Eravamo molto emozionati. Non siamo scesi in strada perché nella nostra zona molte persone sono state uccise nell'ultima repressione. La gente non ha paura dei bombardamenti, perché abbiamo fiducia che gli obiettivi vengano colpiti dall'America e da Israele con precisione".

C'è invece chi non ha notizie dei propri cari da prima dell'attacco degli Stati Uniti.

"La mia nipotina di 18 anni mi ha scritto 30 secondi prima che iniziassero l'attacco e poi si sono spente le comunicazioni - racconta Sanjia - Mi ha scritto solo: Hanno attaccato. Se non ci vedete più perdonateci". Perdonarli di cosa? "Significa perdonateci per il nostro sacrificio, perché rischiano la loro vita per chi verrà dopo di loro, affinché ci sia un futuro senza terrore".

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