La notte di campane e sirene

Un uomo solo. Al centro di una piazza enorme e vuota. Le larghe braccia del Bernini non stringevano nessun fedele davanti a San Pietro.

Un uomo solo. Al centro di una piazza enorme e vuota. Le larghe braccia del Bernini non stringevano nessun fedele davanti a San Pietro. Pioggia e vento, come per i discepoli smarriti sulla barca, sotto una tempesta imprevista, così narra il vangelo di Marco. Il papa ha vinto la sofferenza del suo corpo, la voce, all'inizio, era tremula come le fiamme leggere dai bracieri. Attorno, il silenzio, come un cappotto ghiacciato, silenzio di ansia e di fede. Non è necessario essere uomini di chiesa, non è necessario vivere con il breviario tra le mani, per capire questo venerdì ventisette di marzo, in una primavera che niente ormai significa, mesi e giorni tutti uguali. Francesco ha continuato la sua preghiera sotto una tettoia luminosa, architettura moderna per un uomo antico, afflitto dal dolore fisico ma giustamente forte per un inedito atto di fede, l'indulgenza plenaria senza se e senza ma, la richiesta al Signore di fermare il vento e la pioggia, dunque il male che ha cambiato la nostra esistenza. Il crocefisso di san Marcello, venerato dai romani perché avrebbe salvato la città dalla peste del Cinquecento, era, è e sarà il segno di eterna presenza del divino. Appena lontane, le voci di pochi fedeli, radunati ma a distanza, in fondo a via della Conciliazione, tenuti sotto controllo dalle auto della polizia. Le parole dell'omelia erano la narrazione di questo male che sta smascherando la nostra debolezza, come quella dei barcaioli in tempesta. «Da settimane sembra che sia scesa la sera. Le tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città. Si sono impadronite delle nostre vite, riempiendo tutto di un silenzio assordante, di un vuoto desolante che paralizza ogni cosa al suo passaggio, si sente nell'aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi». Francesco papa ha pregato dinanzi all'icona bizantina di Maria e poi baciato i piedi e accarezzato il corpo del Cristo ligneo, prima di superare le porte spalancate della basilica e sedersi davanti all'ostensorio del santissimo sacramento, il suo raccoglimento in preghiera è stato lungo, intenso, i canti della liturgia hanno mosso leggermente l'aria della basilica, vuota di sedie e di anime. È arrivato, poi, il momento ultimo, il culmine dell'ufficio, Francesco, tenendo stretto l'ostensorio, quasi è sembrato appeso allo stesso sacro arredo, è uscito di nuovo davanti a Roma, mentre la pioggia sembrava accentuare la sua discesa. Hanno preso a suonare le campane, come in un giorno di festa, la speranza della liberazione dal male. Poi, improvvisa, come una saetta al cuore, quasi voluta dal demone, la sirena di un'ambulanza, il suono tremendo, feroce compagno di questi giorni; insieme, la musica della gioia degli uomini e la tragedia delle nostre vite, il pane quotidiano che ci viene offerto sulle nostre tavole dai luoghi della sofferenza terrestre. La benedizione è stata senza parole, ma un silenzioso gesto del rito per ottenere il perdono. Impauriti, smarriti, come i discepoli, si ritorna a sperare, a soffrire, a capire. Soli, come quell'uomo al centro di piazza San Pietro.

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