La nuova vita di Santoro, ex idolo antimafia. Torna in Mediaset e assolve Berlusconi

L'ex Samarcanda difende il suo libro e il pentito Avola: "Non è un mostro"

La nuova vita di Santoro, ex idolo antimafia. Torna in Mediaset e assolve Berlusconi

A volte ritornano. L'ultima volta che Michele Santoro aveva varcato gli studi Mediaset c'era ancora la lira. Ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, l'ex conduttore di Samarcanda e Moby Dick è sembrato perfettamente a suo agio anche davanti al direttore del Giornale Alessandro Sallusti. Il suo libro sul pentito di mafia Maurizio Avola ha spaccato l'antimafia rossa, i giornali si sono messi a cercarlo, ha dispensato interviste e commenti taglienti sulla giustizia e sul Cavaliere Silvio Berlusconi, l'odiato nemico a cui ha reso l'onore delle armi con un'intervista a Libero («Né Berlusconi né Marcello Dell'Utri hanno potuto ordinare a Cosa Nostra le stragi»).

La tesi che dietro le stragi di Capaci e Via D'Amelio non ci fossero i servizi segreti, sostenuta da Avola con colpevole (e sospetto) ritardo non trova aderenze con carte e atti dei tribolati processi sulle morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tanto che ancora l'altro giorno a Tommaso Labate del Corriere della Sera Santoro si era arreso all'evidenza: «La mano sul fuoco non la metto per nessuno». Santoro è così, prendere o lasciare. «Non ha certo bisogno di dimostrare quanto è autorevole nell'antimafia - dice al Giornale il massmediologo Klaus Davi - Anche se la sua provocazione su Avola può essere discutibile lui l'ha usata per riproporsi nel sistema mediatico e ha vinto anche questa volta. Che la sua tesi sia vera o meno è totalmente ininfluente. Con tutto il suo peso ha saputo imporre il suo racconto a un mondo, quello degli antimafiosi, che era diventato asfittico e autoreferenziale, sterile».

Quale migliore scenario, quello di un giustizialismo alle corde con i suoi esponenti finiti nella polvere, per sparigliare le carte. Santoro ha annusato che c'era spazio per rientrare nella tv che conta, perché social o meno la gente che sceglie da che parte stare lo fa davanti a uno schermo, dove Santoro gioca in casa da sempre. E ieri sera entra in tackle contro «chi parla del libro senza averlo letto» e avverte: «Cosa nostra è sparita nel nulla? Noi non sappiamo cos'è diventata, parliamo di quello che era trent'anni fa». Ricorda quando a 18 anni la sua casa era stata perquisita per alcune soffiate su Piazza Fontana «Avevo 18 anni, vidi la polizia alle 5 del mattino, con i mitra. Mio padre ferroviere, mentre rovesciavano i cassetti di mia madre con dentro le mutande, mi guardava cosa hai fatto poi ha capito.

Dice che senza tv si è sentito più fragile, «nemmeno io scalpitavo per tornare in tv» ma per me che ho fatto televisione tutta la vita è difficile farne a meno. Poi difende Avola: «Ha ucciso 80 persone ma non è un mostro - e Porro lo contresta subito - vuol dire impedirci di pensare alle complicità di sbirri corrotti e magistrati, colpa della società corrotta perché a scuola era considerato scemo». Il bene e il male «non sono così separati sono bivi nei quali ci troviamo. Sulle stragi di Capaci e Via d'Amelio confermo che la mafia non ha preso ordini da Berlusconi». Poi si rimangia l'idea che i servizi non c'entrassero nulla. «Non ci sono le prove». Dopo aver ipotizzato un possibile format Rai-Mediaset come quello con Maurizio Costanzo negli anni Novanta su Libero Grassi - suo pallino anche nel libro - scorrono le immagini del linciaggio mediatico contro Falcone. «Pensavo che si fosse fatto strumentalizzare con il Palazzo e da Andreotti, ormai non più organico a Cosa nostra. Ho sbagliato», è la sua scusa.

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