Occasione persa

A conti fatti il centro-destra non perde. Conferma le amministrazioni che aveva ma è un dato che non consola

Occasione persa

A conti fatti il centro-destra non perde. Conferma le amministrazioni che aveva ma è un dato che non consola. Il Pd, invece, a guardare i risultati potrebbe accaparrarsi le spoglie del grillismo in città come Roma, Torino e conquistare Napoli che era in mano a Masaniello-De Magistris. In apparenza, quindi, si potrebbe parlare di un pareggio, in realtà non è così. Per il centro-destra, dato vincente in tutti i sondaggi per le elezioni politiche, questa è un'occasione mancata, resa ancora più cocente dalle proporzioni della sconfitta a Milano, dove il sindaco di centro-sinistra uscente, Sala, ha vinto al primo turno. Un'occasione mancata, ma anche un monito, perché se la coalizione non imparerà nulla da questa lezione alle elezioni politiche rischia di sbattere il muso.

E l'insegnamento è semplice. Innanzitutto una coalizione ha senso se si dimostra unita. Una guerriglia continua per accaparrarsi una leaderhip tutta da verificare, fa venire meno lo sforzo comune per vincere: è successo a Matteo Salvini e Giorgia Meloni che continuavano a litigare mentre il nemico era alle porte (casi Morisi e Fidanza). L'unità però non può essere di facciata, va verificata nei comportamenti a cominciare dalla scelta dei candidati (prossima prova è il Quirinale). E qui c'è da fare una riflessione. La questione dei nomi non si risolve con la logica dell'sms inviato dalla Meloni giorni fa a Salvini: «Caro Matteo con i candidati civici non si va da nessuna parte». Il problema è più generale e riguarda il nuovo «mood» che attraversa il Paese nel dopo-Covid. I populisti sono in crisi: i grillini sono ai minimi termini e i sovranisti a destra non bastano per vincere. E' tornata in voga la vecchia legge per cui in un sistema bipolare per imporsi il candidato deve essere rappresentativo del suo schieramento ma nel contempo avere la capacità di pescare consensi in quello avversario. In caso contrario rischi «la sindrome Le Pen». Deve essere, insomma, una figura di confine tra i due poli Reagan e Clinton negli Stati Uniti, o Blair in Inghilterra. Pure da noi al tempo del «bipolarismo» vero hanno vinto solo Berlusconi e Prodi, due personalità moderate. Gli altri, vedi Bersani, al massimo hanno strappato un pareggio. Oggi siamo tornati a ieri: se nei discorsi di Sala cancelli la parola sinistra appare come un moderato. E sempre per indicare personaggi di «confine» se Giorgetti a Roma ha parlato bene di Calenda in campagna elettorale, all'epoca della scelta del candidato Calenda propose al centro-destra un ticket «civico» con Guido Bertolaso. Questi sono ora gli «identikit» vincenti, «civici» o meno.

Infine c'è la politica. Salvini ha avuto il merito di aprire la strada a Draghi quando metà del Pd ne dubitava. Poi, ammaliato ancora a tratti dalle sirene del sovranismo, si è fatto soffiare il merito da Letta. Ha perso l'occasione per darsi un'immagine di leader moderato. E non riesce a cambiare copione: non risponde da dieci giorni al telefono a Giorgetti e da una settimana a Draghi. Una politica «infantile». Eppoi ti chiedi perché da ieri, a destra come a sinistra, è tornata la nostalgia di Berlusconi.

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