Ora crederemo solo al dopato reo confesso

La cosa più bella, diciamo pure molto bella, oltre alla sua assoluzione, è che Alex Schwazer non è uno stupido e Sandro Donati, il suo allenatore e uomo simbolo della lotta al doping, non è un ingenuo.

Ora crederemo solo al dopato reo confesso

La cosa più bella, diciamo pure molto bella, oltre alla sua assoluzione, è che Alex Schwazer non è uno stupido e Sandro Donati, il suo allenatore e uomo simbolo della lotta al doping, non è un ingenuo. La positività comunicata a inizio estate del 2016, poche settimane dopo essere tornato da vincente alle competizioni e poche settimane prima dei Giochi di Rio che fortemente voleva, a questo aveva fatto pensare: a un atleta troppo stupido e troppo recidivo e a un allenatore troppo appassionato e troppo ingenuo per non credergli. Pensieri insinuanti che si diradano definitivamente solo ora grazie a un giudice testardo e al coraggio di Alex, di Donati e del pool di avvocati che li ha seguiti in questi terribili anni spesi a professare, spesso inascoltati, la propria innocenza. La cosa più brutta, diciamo pure terribilmente brutta, è invece che come una nuvola spostata dal vento quegli stessi dubbi che fin qui avevano avvolto il marciatore altoatesino si addensano ora altrove: sulla principale istituzione internazionale preposta a lottare contro il doping, la Wada, e sulla Federatletica mondiale, la vecchia Iaaf ribattezzata World Athletics, madre degli atleti pronta, è la conclusione di ieri, a divorarne le carni non appena le si rivoltano contro. Nuvole che da questo momento in poi annebbieranno ogni nostro giudizio. Al prossimo grande atleta pizzicato con dei valori anomali ci perderemo in giudizi offuscati chiedendoci se davvero sia così. D'ora in poi servirà una confessione per crederci davvero. Come accaduto per Armstrong. O per Alex, quando nel 2012 ammise le proprie colpe. Solo che nel 2016, quando urlò di non aver fatto nulla, nessuno gli credette. In fondo era una confessione anche quella.