Ora Di Maio fa il duro per imitare Salvini

Criticava l'ex alleato sugli immigrati. Ma ora usa i suoi toni per arginare Giuseppi

Ora Di Maio fa il duro per imitare Salvini

Si smarca dal Pd, ma soprattutto dal premier Giuseppe Conte in nome della «salute pubblica». Solidarizza con i sindaci siciliani alle prese con gli immigrati in fuga. Invita lo Stato a «occuparsi di questo genere di problemi». Spacca il M5s, attirandosi le critiche dei contiani. Sotto il sole degli ultimi scampoli di luglio, Luigi Di Maio (nel tondo) è tornato a fare il grillo parlante di Palazzo Chigi. Dove il presidente del Consiglio, consigliato dal portavoce Rocco Casalino, è sempre attento a schivare i problemi per mantenere intatto il suo consenso personale. Così l'ex avvocato del popolo italiano va in overdose da visibilità quando c'è da rivendicare la vittoria contro i mastini del rigore ai tavoli di Bruxelles. Ed è altrettanto abile a eclissarsi di fronte agli sbarchi di clandestini sulle nostre coste. Così come davanti alle fughe dei profughi in quarantena. Gli ultimi episodi raccontano di 140 migranti scappati da un centro di accoglienza di Caltanissetta e altri 100 sfuggiti a Porto Empedocle, nonostante le disposizioni delle autorità sanitarie. Di Maio tenta di interpretare posizioni di buon senso. E ringrazia il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, senza nominare il premier.

Atteggiamenti che innescano i soliti retropensieri nel mondo Cinque Stelle. I più indulgenti pensano che si tratti di un tentativo di dire cose diverse rispetto al Pd, alla vigilia di una serie di voti regionali dove il Movimento corre da solo. Oppure di una strategia per coprire il fianco moderato della coalizione, sottraendo a Matteo Salvini argomenti politici. Ma il sospetto più fondato è che Di Maio abbia fatto partire il congresso grillino, presentando una piattaforma politica «centrista» in competizione e contraddizione con il disegno di Beppe Grillo, che vede in Conte l'architrave su cui costruire un nuovo centrosinistra.

Nello stesso percorso rientrerebbe il passaggio milanese dello scorso weekend al Villaggio Rousseau di Davide Casaleggio. Ed ecco che i parlamentari contiani si esercitano in discorsi di questo tenore: «Le dichiarazioni chi gliele scrive, Salvini?» E però la tattica sarebbe più raffinata. Dato che c'è chi parla di interlocuzioni con i settori moderati della Lega, pronti a mettere in discussione l'oltranzismo salviniano. Insomma, quando si è dimesso da capo politico a gennaio Di Maio si era tolto la cravatta. Ma solo per rimettersela al più presto. Con l'obiettivo di intercettare pulsioni più vicine alla vecchia Dc che ai Vaffa progenitori del grillismo. Si può leggere attraverso le stesse lenti del moderatismo la proposta di trasformare ogni ambasciata italiana nel mondo in una «casa delle imprese».

Ma tutto ruota intorno all'immigrazione, core business delle politiche di Salvini. Colpisce la minaccia alla Tunisia, con un lessico che sembra mutuato dal centrodestra: «Dobbiamo riattivare subito i meccanismi di rimpatrio verso la Tunisia perché deve essere chiaro che per noi la Tunisia è un paese sicuro, quindi chi arriva qui viene rimpatriato», spiega Di Maio. Peccato che il grillino da vicepremier del governo gialloverde abbia più volte criticato Salvini proprio sull'immigrazione, preoccupato dall'ascesa nei sondaggi dell'allora alleato. Gli stessi timori che ora lo spingono a travestirsi da leghista per arginare la popolarità di Conte.

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