Ora scoppia la mina Durigon. I grillini chiedono la sfiducia per la frase rubata sulla Gdf

Mario Draghi si starà chiedendo perché si è ritrovato a Palazzo Chigi. Non si tratta di rimpianti, ma nella sua storia comincia a esserci qualcosa di surreale.

Ora scoppia la mina Durigon. I grillini chiedono la sfiducia per la frase rubata sulla Gdf

Mario Draghi si starà chiedendo perché si è ritrovato a Palazzo Chigi. Non si tratta di rimpianti, ma nella sua storia comincia a esserci qualcosa di surreale. Il suo governo nasce con una missione: salvare il futuro dell'Italia. Il presente è quello che è: un cielo grigio. È Pandemia, deserto, recessione, debiti e paura. Si diceva: Draghi è l'ultima speranza. È per questo che ci siamo trovati con una maggioranza anomala. Tutte le energie politiche dovrebbero andare lì, a superare il buio. Non ci dovrebbe quasi essere spazio per altro. Poi, in un giorno di primavera, tra un vaccino e una legge Zan, ti ritrovi a fare i conti con il caso Durigon e il rischio che tutto possa all'improvviso cadere.

Claudio Durigon è il sottosegretario leghista al ministero dell'Economia e delle Finanze. Il 28 aprile la telecamera nascosta di Fanpage cattura queste parole: «Quello che indaga sulla Lega della Guardia di Finanza, il generale Lo abbiamo messo noi, per questo siamo tranquilli». La frase non è certo felice. Durigon sembra si stia riferendo alla lunga inchiesta della procura di Milano sui due contabili della Lega, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni. È un passo falso. C'è chi chiede le dimissioni e chi invita la magistratura a chiarire. Durigon dice che non si possono estrapolare frasi a caso senza un contesto, frammenti di discorso buttati in piazza. I Cinque Stelle alzano il coro e fanno delle dimissioni una bandiera. Le vogliono e le invocano e ci si aggrappano anche per sviare l'attenzione dalle sorti sempre più sgangherate del Movimento. Uno scandalo dall'altra parte è quello che ci vuole per rendere marginali i propri guai. Durigon, in mancanza di altro, diventa il nome contro cui compattarsi. Durigon, Durigon, Durigon. Ecco qualcosa che copre la scissione di Casaleggio e le paternali del Grillo furioso in difesa del figlio. Ecco i 49 milioni di rimborsi elettori che tornano al centro della scena. Ecco un modo per cannoneggiare il partito di Salvini.

Solo che adesso il caso Durigon viene formalizzato. È un affondo politico contro la Lega di governo e va a rompere gli equilibri già instabili della maggioranza Draghi. I Cinque Stelle presentano una mozione di sfiducia alla Camera contro il sottosegretario. Si balla. Di Battista ritrova la sintonia con i suoi vecchi amici: «Parlo come elettore, anche se non più iscritto. Bisogna andare fino in fondo, costi quel che costi». Di Maio prima attacca: «Ho chiesto a Durigon di chiarire. Non ha chiarito». Poi ci ripensa: «Siamo qui per vaccini e Recovery. Quando vedo fibrillazioni parlamentari su singole questioni penso si stia perdendo il focus o che non si sia mai avuto». Durigon, chi era costui?

I parlamentari Cinque Stelle sono disposti a far cadere il governo Draghi? La prudenza politica, come ricorda Di Maio, fa pensare di no. Solo che quando si comincia con questi giochi non si sa mai dove si arriva.

La preoccupazione c'è. Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico e incarnazione della Lega di governo, traccia un confine: «La sfiducia è una perdita di tempo rispetto alle tante cose da fare». I leghisti fanno poi notare che sulla sfiducia contro Speranza si sono astenuti. Non per simpatia, ma per non creare tensioni nel governo. Adesso cosa farà la sinistra? È l'occasione per Enrico Letta di spingere Salvini fuori dalla maggioranza? L'impressione è che ai partiti non interessi molto il futuro dell'Italia. E qui c'è tutta la solitudine di Draghi.

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