Tre ombre sulla testa di Letta: resa dei conti nel Pd

La leadership di Enrico Letta è in crisi dopo il naufragio del Ddl Zan. Base riformista ed il "partito dei sindaci" pronti all'assedio. Sullo sfondo almeno tre "ombre": il congresso nazionale, la partita per il Colle ed il ritorno di Nicola Zingaretti in Parlamento

Tre ombre sulla testa di Letta: resa dei conti nel Pd

Il Ddl Zan può essere riposto nel dimenticatoio, mentre la leadership di Enrico Letta, nel Pd ma pure nell'intero fronte giallorosso, inizia a scricchiolare.

Del resto, è stato il segretario di quel partito a pretendere che sul provvedimento contro l'omotransfobia non potesse esistere alcuno spazio di dialettica politica. Base Riformista, una delle correnti del Pd, avrebbe voluto un altro tipo di atteggiamento. E non è un mistero che le sensibilità sul tema dalle parti del nazareno siano variegate. Il fatto che si parli di "traditori" tra i giallorossi evidenzia questo aspetto con forza.

L'ex ministro Valeria Fedeli, dopo l'esito della votazione sullo Zan, ha persino chiesto le dimissioni di chi ha "gestito" la vicenda. E il pensiero non può che andare proprio dalle parti del segretario: "Bisogna chiedere le dimissioni di chi ha gestito questa vicenda, nel gruppo e in Commissione Giustizia", ha detto la senatrice del Pd che tuttavia, poi, ha specificato di non aver mai parlato di passi indietro o di lato da parte della dirigenza Pd. "Sono sconvolta. Ovviamente - ha aggiunto, così come ripercorso dall'Adnkronos - non credo che fosse previsto questo andare a un voto al buio. Mi si diceva sempre che i numeri c'erano, lo ha fatto anche il segretario Letta... sono dispiaciuta, arrabbiata". Conti errati e resa dei conti interni già scattata.

La senatrice Valeria Fedeli, insistendo sul punto, ha comunque parlato di una "riflessione" che andrebbe "aperta". E questo può essere interpretato alla stregua di un segnale destinato all'ex presidente del Consiglio, che nel frattempo si lecca le ferite della sconfitta, dando la colpa a chi avrebbe voluto "fermare il Paese".

Alle porte, del resto, c'è il congresso, che nelle intenzioni di Letta si sarebbe dovuto limitare a validare quanto di buono fatto con i risultati della scorsa turnata delle amminsitrative. Quel capitale elettorale, però, rischia di essere stato bruciato dalla performance che oggi ha avuto luogo al Senato, dove il Pd ha perso una battaglia considerata simbolica. Nel fronte giallorosso, comunque sia, circola una certa insofferenza. E questo avviene alle porte dell'edificazione di un "Ulivo 2.0", secondo i desiderata del Pd e sulla scia dell'esperienza di Romano Prodi. Ma la strategia, dopo quanto accaduto sul Ddl Zan, sembra avere qualche rischio di tenuta. Nel MoVimento 5 Stelle, c'è chi rimprovera le modalità gestionali di questo naufragio. E l'obiettivo delle critiche è proprio il Pd, che si sta spaccando a sua volta, sulla scia del "tradimento" avvenuto oggi: almeno 7 senatori avrebbero votato diversamente da quanto indicato da Letta sulla "tagliola" proposta dal centrodestra.

Una sorta di "ombra", peraltro", aleggia sul futuro della segreteria targata Enrico Letta: il governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, potrebbe decidere di dimettersi prima del tempo, puntando tutto sul seggio lasciato libero dall'ex ministro Roberto Gualtieri, che nel frattempo è stato eletto sindaco di Roma. Nel caso in cui Zingaretti tornasse in Parlamento prima delle elezioni politiche del 2023, Letta si ritroverebbe di fianco un collega piuttosto scomodo, che peraltro ha lasciato la direzione senza subire sconfitte elettorali significative. E sullo sfondo di questo contesto, c'è il congresso.

Quelli provinciali e cittadini sono previsti entro la fine dell'anno, poi sarà la volta di quello nazionale che è richiesto da più emisferi della formazione politica che ha sede al nazareno. Insomma, per mezzo del congresso si potrebbe arrivare ad una vera e propria resa dei conti, tra la spinta del "partito dei sindaci", con Bonacini e Nardella in testa e i mal di pancia, peraltro spesso emersi in pubblico, di Base Riformista. Il tutto con alle porte la partita chiave per il Colle: Letta vorrebbe giocare un ruolo decisivo, ma quanto accaduto oggi mina alla base le intenzioni dell'ex presidente del Consiglio. Il Pd ha dimostrato di non poter giocare in solitaria.

Nel frattempo, il Pd va cercando i "responsabili" del disastro sul Ddl Zan. La senatrice Teresa Bellanova, nonostante qualche "sospetto" da parte piddina, ha ribadito che Italia Viva ha votato, in maniera compatta, al fianco dei Dem: "Come era evidente - ha scritto su Facebook la vicepresidente del partito guidato da Matteo Renzi - , alla fine sono mancati i numeri. Nonostante il voto compatto di Italia Viva, 23 franchi tiratori tra Pd, Leu e M5S, affossano il Ddl Zan. Vengono al pettine i nodi di chi a parole dichiarava di essere per la legge, mentre nei fatti era interessato unicamente al consenso. Oggi il Paese ha perso l'occasione di portare a casa una legge di civiltà".

Infatti, stando al pallottoliere, per comprendere come mai il Ddl Zan sia stato affossatto, Enrico Letta dovrebbe guardare proprio in casa sua. Tra i corridoi del Senato, circolano già i nomi dei senatori lettiani che hanno deciso di respingere al mittente la linea imposta dal segretario. E le altre defezioni? Sarebbero individuabili, guardando dalle parti del MoVimento 5 Stelle. Un'altra formazione con cui Letta vorrebbe comporre l'Ulivo 2.0.

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