Tutte le pedine sono al posto giusto. I caccia F-22 nella base israeliana di Ovda, pronti a distruggere il sito nucleare iraniano di Fordow. I bombardieri subsonici B2 con le bombe antibunker Gbu-57 pronti a colpire il sito di Natanz. I missili a lungo raggio Tomahawk già programmati per annientare l'impianto atomico di Isfahan. Anche il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein è stato evacuato e ridotto a "livello critico", come accadde nell'Operazione "Martello di mezzanotte" durante la guerra dei 12 giorni lo scorso giugno, per ridurre al minimo i rischi di una rappresaglia iraniana.
Il tempo della diplomazia sta per scadere. Si torna al tavolo la prossima settimana a Vienna. Con resoconti opposti. L'Oman, Paese mediatore, parla di "progressi significativi", ma gli inviati di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, sarebbero quantomeno "delusi" da quanto ascoltato in sede di negoziato dalla controparte iraniana, riferisce il ben informato Axios. Ginevra non sarà ricordata come la tomba della trattativa Stati Uniti-Iran, ma nemmeno come il teatro della svolta. I negoziati rischiano ancora di rivelarsi il trampolino di lancio per colpire le ambizioni nucleari e missilistiche del regime di Teheran e potenzialmente come in molti sperano e chiedono per arrivare al regime change e dare la spallata alla teocrazia più feroce al mondo, insieme a quella degli islamisti in Afghanistan.
L'impressione è che, nel documento presentato dagli Stati Uniti all'Iran con le condizioni per un accordo volto a fermare definitivamente il programma nucleare iraniano, ogni richiesta sia stata studiata per mettere il regime degli ayatollah spalle al muro. La trattativa sembra sia stata pensata e formulata dagli Stati Uniti per essere irricevibile dall'Iran, puntando al massimo del risultato per la Casa Bianca e in assenza di un risultato immediato e duraturo all'attacco da tempo ventilato, minacciato e preparato da Washington.
Chiedere a Teheran di smantellare i tre principali siti nucleari - Fordow, Natanz e Isfahan - e consegnare agli Stati Uniti tutte le scorte residue di uranio arricchito è in qualche modo già una richiesta di resa da parte di Washington al regime degli ayatollah. Teheran è riuscita a guadagnare ancora tempo. Almeno in apparenza. Ma va sottolineato - per rinfrescare la memoria - che otto mesi fa, quando gli americani colpirono i siti nucleari iraniani unendosi all'azione militare già avviata da Israele, l'attacco statunitense partì mentre le trattative con l'Iran erano ancora in pieno corso. Uno sgarro che Teheran non ha dimenticato.
Cosa potrebbe succedere adesso? Trump non è presidente da temere un bis della strategia già sperimentata. Potrebbe agire in attesa del prossimo round di colloqui a Vienna. Cominciando con un attacco calibrato, per convincere Teheran a cessioni sempre maggiori. Potrebbe intervenire, come a giugno 2025, subito dopo un eventuale attacco israeliano e la già promessa risposta iraniana, una strada che alcuni consiglieri del presidente ritengono più sostenibile, e che gli hanno consigliato, per far accettare la mossa all'opinione pubblica e ai membri del Congresso più riottosi.
Tutto è pronto per un conflitto, per un'azione militare contro siti nucleari e missilistici che porti a un'intesa senza sconti con Teheran o alla guerra aperta. Gli Stati Uniti potrebbero sostenere al massimo dieci giorni di raid, dicono gli insider. Trump spera che la rabbia degli iraniani soffocati dalla teocrazia faccia il resto, per annientare definitivamente il regime.