Dal nostro inviato a Ravarino (Mo)
Tutto comincia cinque anni fa, nei giorni scuri del Covid, quando Salim El Koudri si ritrova a casa dopo che aveva appena messo piede nel mondo del lavoro. È un contratto a termine non rinnovato, a lui no e a altri sì, e poi mesi che sono diventati anni senza una prospettiva, senza vedere uno straccio di possibilità e poi la testa che si fa confusa e le voci che sussurrano, scomode e cattive, la peggiore delle verità: non ti vogliono perché non sei come loro. Salim, lo sradicato, sospeso, fuori dalla comunità. È stato un terremoto, proprio come il sisma del 2012, che ha lasciato segni forti nelle case e nelle chiese, cicatrici che si vedono ancora adesso, ma ha capovolto l'idea della pianura, con la sua illusione di stabilità, fino a far apparire ogni cosa come un inganno.
Il bar Rami porta il nome di una frazione. Salim veniva qui a fare colazione, in disparte, poca confidenza. Si sedeva e parlava al telefono, lunghe chiacchierate, spesso in francese. "Non scrivere il mio nome sennò ti denuncio". L'unico che sembra abbia voglia di raccontare qualcosa è un suo presunto amico, un ventottenne tunisino, con gli occhi furbi e la voglia di mettere un po' di caos nella palude. "Salim era incazzato, sempre di più. Aveva voglia di fare qualcosa, di farsi vedere. Sai che significa per uno come lui, intelligente, laureato, starsene a casa ancora con i genitori, vedere le loro facce? Ecco perché ripeteva: glielo faccio vedere io agli italiani, glielo faccio vedere a questi maledetti cristiani". Ora queste sono parole forti e l'amico di Salim non ci mette né la faccia e neppure le prove. L'unica cosa certa è la rabbia e la frustrazione, perché quella viene raccontata. La scelta di andare a colpire la via dello shopping di Modena non è casuale. È un segnale, un simbolo, il posto più vicino dove compiere una missione.
Il bar Rami è di fronte all'ex cinema Cristallo, una costruzione annerita dal tempo e dalle bombolette spray, che il centro culturale Al Wahda vorrebbe riqualificare, magari per far nascere una moschea, a neppure cinquanta metri dove sotto un porticato c'è l'attuale sede dell'Ucoii. Gli italiani, anche quelli del bar, si lamentano e temono che il posto si riempia di islamici, gli amministratori negano che sia una moschea e parlano di centro culturale, i marocchini che stanno giocando a carte se la prendono con le autorità italiane: "Il ragazzo non stava bene di testa, perché lo hanno lasciato andare in giro? La colpa è loro".
Ma cosa ha fatto Salim in tutti questi anni? Sembra davvero che sia andato a letto presto. Nessuno vuole fare i conti con l'imponderabile, niente ricordi e invisibili i contatti. È per questo che Salim El Koudri sembra quasi non aver lasciato traccia nella vita pubblica di Ravarino, poco più di seimila abitanti in provincia di Modena, a sei chilometri da Crevalcore e trentuno da Bologna, quattro strade che si incrociano nella larga pianura emiliana, con gli appennini all'orizzonte e case base dove si torna a dormire dopo il lavoro. Ti viene da dire che qui nessuno conosce nessuno, ma non è vero. È pudore. È vergogna. È la difficoltà ad accettare che il trentunenne sciagurato di Modena, quello che con la Citroen C3 grigio antracite ha puntato e abbattuto un gruppo casuale di pedoni, sia cresciuto in via Muzzioli, strada stretta di case di campagna diventate villette, proprio dove c'è il cartello di confine tra Ravarino centro e la frazione più popolosa di Rami. L'incredulità si fa silenzio. Fanno finta di essere capitati lì per caso i vicini di casa, che ti guardano come a dire "ma ti pare che ci mettiamo a rispondere alle tue domande", con l'imbarazzo di chi vorrebbe non trovarsi lì e solo dopo un po' di insistenza rivelano che da un po' di tempo Salim aveva smesso di salutare chiunque incrociasse, chiuso in un silenzio tutto suo e nell'angoscia dei genitori che non riuscivano a spiegarsi perché con quella laurea in Economia e Commercio non riuscisse a trovare neppure la speranza di un lavoro.
Maurizia Rebecchi, sindaca gentile, lista civica con tendenza centrosinistra, è al secondo piano del palazzo comunale, edificio moderno e pratico. È domenica, nella piazza davanti c'è poca gente, e lei si è ritrovata a lavorare anche il giorno festivo. Racconta quello che sa. La famiglia El Koudri è arrivata qui nel giugno del 2000, quando Salim aveva cinque anni. Le elementari alla scuola Michelangelo Buonarroti, le scuole medie a Bomporto perché a Ravarino fino a un anno fa non c'erano. "Le abbiamo riaperte dopo 50 anni". Il liceo scientifico Alessandro Tassoni a Modena e la laurea a Bologna. Il padre impiegato in una azienda qui della provincia. Il vicesindaco Patrizio Piga spiega che ormai Ravarino, con le sue frazioni Rami, Stuffioni, Casoni, ospita tante persone, molti immigrati, che lavorano a Modena o a Bologna e vivono poco il paese. L'azienda più grossa è la Stone Island, acquistata sei anni fa dalla Moncler, e qui ci lavorano in tanti. Il resto è campi, tessile e edilizia.
Nella piazza centrale c'è l'American bar, anche questo da una quindicina d'anni a gestione cinese, e qui l'ex bidello della scuola elementare ti mostra, di soppiatto, la foto di una vecchia quinta A di oltre vent'anni fa, con le facce sorridenti di bambini in una mattina assolata d'inverno, al centro, accosciato, c'è un ragazzo che sorride con una sciarpa bianca al collo. È Salim senza i suoi demoni.