Manca la farina e le file ai panifici si allungano in Iran. Il pane barbari, fra i più popolari e tradizionali, per le tariffe ufficiali dovrebbe costare 55mila rial, ma lo si compra a quasi cinque volte il suo prezzo: 250mila. L'inflazione, che già prima del conflitto si aggirava intorno al 70%, ha superato il 110% per i beni di prima necessità come carne, latticini, olio, riso, frutta e verdura, con picchi del 140% per pane e cereali. Anche i prezzi dei farmaci, inclusi salvavita come l'insulina, sono schizzati alle stelle, sempre che si trovino. "Il nostro reddito è crollato a zero", dicono voci disperate dall'Iran. "Milioni di persone hanno subìto un drastico calo delle entrate o si sono ritrovate senza lavoro", aggiungono da Dadban, collettivo di avvocati e attivisti iraniani per i diritti umani. Per il viceministro del Lavoro, Gholamhossein Mohammadi, più di due milioni di cittadini sono disoccupati a causa della guerra, ma i dati reali rischiano di essere ben superiori e si aggiungono ai ritardi nei pagamenti degli stipendi, alle testimonianze che riferiscono del 50% dei negozi chiusi in diverse città.
Le conseguenze del conflitto stanno mettendo sempre più in ginocchio l'Iran. Sono il frutto dei raid nemici, del blocco di Hormuz, della crisi valutaria e dei danni al settore petrolifero e del gas, alle infrastrutture chiave, soprattutto industrie petrolchimiche e acciaierie. Donald Trump parla di un Paese "al collasso finanziario". Le esportazioni sono crollate, limitando ancora di più le già scarse entrate estere, il settore bancario è in rovina. E il regime ha aggiunto un altro carico: lo stop a Internet, da cui oltre 10 milioni di iraniani traggono direttamente il proprio reddito. Lungo due mesi, un record senza precedenti mondiali, il blackout è uno sfacelo non solo per la libertà ma anche per la sopravvivenza, tanto che Teheran intende concedere un accesso selettivo alle imprese.
L'Iran è in stagflazione, quel mix di inflazione alta, stagnazione economica e aumento della disoccupazione, la Borsa è chiusa da otto settimane. Secondo il regime, i danni della guerra si aggirano intorno ai 270 miliardi di dollari, pari a circa il 57% del Pil e ben superiore alle entrate petrolifere annuali dell'Iran. "Il ritmo del declino economico è molto più rapido che negli Usa" per le conseguenze della guerra, spiega Miad Maleki, ricercatore senior della Foundation for Defense of Democracies.
A tutti questi dati pensano i leader più pragmatici della Repubblica islamica, a caccia di un accordo con gli Stati Uniti e timorosi che il Paese imploda e le piazze tornino a ribollire, come a fine dicembre 2025, quando esplosero le proteste dei bazaari, culminate nelle manifestazioni di inizio gennaio represse nel sangue.
L'ala più dura dei pasdaran vorrebbe invece proseguire il conflitto a ogni costo, per battere il "Grande Satana". "Sappiamo, per esperienza, che al regime non importa granché se gli iraniani soffrono la fame", aggiunge Maleki. La loro spietatezza e lo sprezzo per il proprio popolo potrebbero ancora essere la loro forza.