L'Angelus di ieri non è andato come si aspettava (e sperava) buona parte del mondo progressista. Contrariamente alle aspettative di molti, infatti, il Papa di Chicago non ha condannato l'operazione degli Usa in Venezuela. Prevost ha detto che "il bene dell'amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace".
Certo, il pronunciamento del Papa ha incluso anche la richiesta di garantire la "sovranità del Paese". Un passaggio inevitabile se si tiene conto della tradizionale politica estera della Santa Sede strenuamente favorevole al sistema multilaterale. Ma subito dopo Leone XIV ha chiesto anche che sia assicurato "lo stato di diritto inscritto nella Costituzione" e soprattutto il rispetto "dei diritti umani e civili di ognuno e di tutti". Il richiamo alla Costituzione è probabilmente un auspicio che l'attuale situazione di instabilità non evolva nel caos, mentre quello sui diritti umani e civili conferma il giudizio di condanna nei confronti del regime che finora li ha negati. Prevost lo aveva pronunciato implicitamente sul volo di ritorno dal Libano, dicendo di ritenere preferibile "una pressione economica" rispetto ad un'eventuale invasione territoriale.
All'Angelus di ieri ha invocato anche una "speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica". Parole che fotografano la situazione reale del Paese e non quella raccontata dal regime. Il dossier venezuelano vede la Santa Sede particolarmente coinvolta e non solo perché la maggioranza della popolazione è cattolica. Oltre al Papa originario del Paese intervenuto per arrestare Maduro, ai piani alti del Palazzo Apostolico c'è un segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, che è stato nunzio in Venezuela e un sostituto, monsignor Edgar Peña Parra, nato a Maracaibo. Ieri Leone ha evocato l'intercessione di san José Gregorio Hernández e san Carmen Rendiles. Si tratta dei due venezuelani canonizzati lo scorso ottobre in piazza san Pietro. Questa canonizzazione aveva permesso al Papa statunitense di aprire gli occhi sulle "trappole" che Maduro e i suoi volevano tendere alla Chiesa. Una nostra fonte, infatti, riferisce che Prevost sarebbe stato informato del tentativo da parte del regime di strumentalizzare l'evento religioso per cercare di ottenere una sorta di legittimazione agli occhi del mondo. E non avrebbe affatto gradito l'atteggiamento scomposto della delegazione madurista a Roma che, tra aggressioni ai giornalisti per domande scomode e onorificenze politiche alla postulatrice della causa, si è fatta parecchio notare.
L'uso politico che Maduro aveva fatto delle udienze e delle lettere di Francesco ha messo in guardia Leone XIV, ben consigliato da Parolin.
La priorità attribuita al bene del popolo venezuelano (anche rispetto al diritto internazionale, sembra di capire) non è ancora paragonabile al "diritto d'ingerenza umanitaria" evocato da Giovanni Paolo II ai tempi della crisi in Bosnia, ma smentisce l'immagine del Papa anti-Trump che più di qualcuno ha provato ad accreditare sin dall'elezione.