Papa, messa per i profughi: per Dio nessuno è straniero

A 6 anni dal viaggio a Lampedusa 250 rifugiati in Vaticano: «Gesù ci chiede di amare gli ultimi»

Papa, messa per i profughi: per Dio nessuno è straniero

Era l'8 luglio 2013 quando Papa Francesco decise di compiere il suo primo viaggio da Pontefice a Lampedusa, lanciando un messaggio che sarebbe diventato presto il suo programma di governo: «Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato i più bisognosi». Poi, a pochi metri dalle coste di Lampedusa, a bordo di un battello, lanciò una corona di fiori in mare, pregando per tutte le vittime morte in quello che più volte avrebbe successivamente definito «il cimitero dei migranti».

E così, mentre al largo delle coste continuano i soccorsi in mare, e da Lampedusa arriva la notizia del sequestro del veliero Alex della Mediterranea, così come continua la polemica e il braccio di ferro tra Salvini e le Ong in mare, Bergoglio celebra una messa nella basilica vaticana nel sesto anniversario del suo viaggio sull'isola, per testimoniare vicinanza ai migranti e ai profughi che fuggono da guerra, carestia, persecuzione.

«In questo sesto anniversario della visita a Lampedusa esordisce Francesco il mio pensiero va agli ultimi che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono».

Ed elenca, il successore di Pietro, chi sono gli ultimi. Lo ascoltano, con uno sguardo che mostra tutta la sofferenza vissuta, 250 persone, tra migranti, rifugiati e soccorritori.

«Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un'accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi prosegue Bergoglio - sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare».

Il Papa torna su un concetto a lui molto caro, quello delle periferie esistenziali delle «nostre città» che, dice, «sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti».

Poi il passaggio più incisivo della celebrazione: «Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratori. Non si tratta solo di migranti, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata». Per questo, «i più deboli e vulnerabili devono essere aiutati». «Mi piace pensare sottolinea Francesco - che potremmo essere noi quegli angeli che salgono e scendono, prendendo sottobraccio i piccoli, gli zoppi, gli ammalati, gli esclusi: gli ultimi che altrimenti resterebbero indietro e vedrebbero solo le miserie della terra, senza scorgere già da ora qualche bagliore di cielo. Per Dio nessuno è escluso o straniero».

Il vescovo di Roma richiama quindi alla «grande responsabilità» alla quale «nessuno si può esimere se vogliamo portare a compimento la missione di salvezza e liberazione alla quale il Signore stesso ci ha chiamato a collaborare».

Alla messa erano presenti anche don Mattia Ferrari, il sacerdote che ha preso parte alle attività di soccorso della nave della ong Mediterranea, e il parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra che, aveva scritto su Facebook alla vigilia della celebrazione, ha portato al Papa «le voci, gli abbracci e le ansie di tutti i lampedusani, dei migranti e di quanti guardano a noi ancora come ad una piccola luce, anche in mezzo al buio».

«Chiedo al Signore aveva detto il parroco che, oggi e sempre, Lampedusa possa essere come una lampada posta sul lampadario che, facendo luce a tutta la stanza, illumina e orienta; spero che la paura e la solitudine non ci faccia diventare come la lampada posta sotto il secchio che non serve a nessuno».

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