Dopo più di un mese con il fiato sospeso, il mondo è tornato a respirare attraverso lo Stretto di Hormuz. L'annuncio del cessate il fuoco tra Washington e Teheran ha scosso immediatamente i mercati energetici, innescando un crollo verticale del prezzo del petrolio dopo settimane di altissima tensione. Nelle ultime settimana il Brent aveva toccato picchi fino ai 115 dollari al barile, mentre ieri, con l'apertura di Wall Street i future del brent sono scesi sotto i 94,2 dollari (-13,6%). Nel frattempo, il Wti è sceso a 94,8 dollari al barile (-16%).
Eppure, mentre i barili scendono di quotazioni nelle Borse, una domanda resta sospesa tra i consumatori: quanto tempo ci vorrà perché questo sollievo - è infatti bene ricordare che rispetto a inizio anno il prezzo è comunque aumentato di oltre il 65% - arrivi anche alle stazioni di rifornimento?
Non abbiamo una sfera di cristallo che ci indichi la data x sul calendario, ma solo una certezza: le petroliere devono tornare ad attraversare lo Stretto di Hormuz. Ieri infatti il prezzo dei carburanti è continuato a salire: lungo la rete stradale nazionale la benzina è arrivata a costare 1,789 euro (martedì era a 1,782 euro) e 2,178 euro per il gasolio (martedì era a 2,143 euro). A tal proposito il ministro delle imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (in foto) ha convocato per questo pomeriggio le quattro grandi aziende fornitrici di carburanti perché ci sia la consapevolezza che l'adeguamento dei prezzi debba essere immediato.
In pratica, però, da oltre 3-4mila navi con petrolio e gnl che attraversavano l'imbuto al largo dell'Iran ogni mese, il numero è crollato a meno di 100 in un mese e non si è ancora ripreso del tutto. Secondo S&P Global Market Intelligence, sono circa 800 le petroliere ancora in attesa su entrambe le sponde dello stretto. Nella mattinata di ieri una nave portarinfuse di proprietà greca e una nave con la bandiera liberiana hanno attraversato lo stretto. Tuttavia, non ci sono ancora segni evidenti di un posizionamento su larga scala o di code che indichino che le navi si stiano preparando ad attraversarlo in numero significativo. Ma in realtà, anche se il traffico navale dovesse aumentare, i danni e le interruzioni subite dalle infrastrutture energetiche della regione durante la guerra rendono la stabilizzazione dell'approvvigionamento globale di carburante un progetto costoso e che, soprattutto, richiede tempo.
A tal proposito, Donald Trump ha messo le mani avanti: mentre il mondo ha ancora gli occhi puntati sull'Iran, lui punta sul progetto a Brownsville, in Texas, che dovrebbe creare la prima raffineria negli Stati Uniti da 50 anni. Il tycoon ha parlato di un "accordo storico da 300 miliardi di dollari", che dipenderà, almeno in parte, dall'indiana Reliance Industries, presieduta da Mukesh Ambani, l'uomo più ricco dell'Asia. Come riportato dal Financial Times, i 300 miliardi di cui parla Trump si basano su un calcolo secondo cui la raffineria acquisterà 125 miliardi di dollari di shale oil e prenderà poi 175 miliardi di prodotti raffinati, mente non considera gli oltre 4 miliardi necessari per costruire una simile raffineria.
Il ritorno al
dialogo tra Usa e Iran è la boccata d'ossigeno che i mercati attendevano, ma la geopolitica dell'energia ci ricorda che se per far crollare un prezzo basta un annuncio, per riempire un serbatoio serve che la logistica riprenda.