Partono gli scioperi spontanei Il virus sconvolge le fabbriche

Gli operai bloccano gli impianti rimasti aperti. Oggi vertice con Conte. Bonometti: «Produzione in sicurezza»

Gian Maria De Francesco

Gli operai hanno paura del coronavirus. Scioperi spontanei sono stati indetti nelle fabbriche di tutto il Nord e anche nel Meridione per protestare contro le aziende, ritenute «colpevoli» di non tutelare adeguatamente la salute dei lavoratori. Alla Corneliani di Mantova, fabbrica dello storico marchio di impermeabili e abiti da uomo, 450 operai che hanno incrociato le braccia ieri mattina in modo spontaneo «per chiedere che non ci siano cittadini di serie A e di serie B: la salute è una ed è di tutti». Astensione dal lavoro anche alla Bitron di Milano e alla Belleli di Mantova. Alfa Acciai di Brescia ha invece scelto la chiusura così come anche Cnh Industrial in Lombardia ha optato per uno stop come aveva fatto Fca a Cassino, Pomigliano e Melfi. Alla Stm Microelectronics di Agrate il confronto è in atto, così come all'Agusta (gruppo Leonardo) nel Varesotto. Scioperi pure alla Ikk di Vercelli, alla Mtm di Cuneo e alla Trivium di Asti. Ma anche nel Tarantino sono molto preoccupati sia i lavoratori dell'ex Ilva che quelli che lavorano per la ex Finmeccanica. Mentre gli operatori del call center Almaviva di Palermo, riuniti in una «cittadella» che ospita 2.800 persone, sono allarmati.

Le rivendicazioni degli operai sono supportate dal sindacato. Ieri Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm hanno chiesto lo stop fino al 22 marzo di tutte le fabbriche, a eccezione di quelle che producono beni essenziali, al fine di sanificare, mettere in sicurezza e riorganizzare tutti i luoghi di lavoro. Se non saranno concordate «fermate produttive coperte innanzitutto con strumenti contrattuali o con eventuali ammortizzatori sociali ove previsti dalla normativa», i sindacati dichiareranno «l'astensione unilaterale nazionale nell'intero settore merceologico, a prescindere dal contratto utilizzato. A copertura di ciò - si legge in una nota unitaria - proclamiamo lo sciopero per tutte le ore necessarie».

Di diverso parere Confindustria che, in tutte le sue articolazioni, sta cercando di scongiurare il blocco delle attività per evitare il crollo dell'intero sistema produttivo, già messo a dura prova dal calo di ordini e fatturato conseguente alle previsioni del decreto del premier Conte. «Irresponsabili», ha detto Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui devono essere garantite «produzioni in sicurezza», oltre che la «salute». «Abbiamo raggiunto un accordo con la Regione: le aziende che possono chiudere chiudono subito, quelle che non possono chiudere devono limitare la produzione mettendo però in sicurezza i propri lavoratori», ha spiegato. «Quel che si rischia chiudendo il sistema industriale italiano è, nel breve termine, di non poter garantire gli approvvigionamenti necessari per le famiglie italiane anche a seguito delle difficoltà nei trasporti con l'estero. Superata l'emergenza, il rischio è di compromettere la capacità del sistema produttivo di intercettare la ripresa economica che arriverà», ha sottolineato il Centro Studi di Confindustria.

In preoccupante ritardo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte ha convocato per questa mattina alle 11 una videoconferenza da Palazzo Chigi con le associazioni industriali e i sindacati e alla presenza dei ministri Catalfo, Gualtieri e Speranza, per discutere l'attuazione del decreto nelle fabbriche. Il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, aveva promesso l'emanazione di linee guida entro ieri sera. Invano. Più degli scioperi preoccupa il governo in tilt.

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