Nei palazzi della politica romana non è più un mistero. "Mezzo Partito Democratico tifa per il pareggio" confessa una vecchia volpe del Parlamento italiano. Il pareggio come unico sbocco, così da liquidare in un sol colpo il capo del M5S Giuseppe Conte, che vorrebbe le primarie di coalizione e ambisce a ritornare a Palazzo Chigi, e va da sé Elly Schlein che ritiene di essere la predestinata leader del campo largo essendo la segreteria del partito che ha la percentuale più alta all'interno della coalizione.
C'è dunque un partito nel partito a via Sant'Andrea delle Fratte che auspica il pareggio, perché l'instabilità serve ad allargare la coalizione, a rimpolpare il cosiddetto fronte moderato visto che per tanti esponenti del Nazareno la coalizione è assai spostata verso sinistra. È uno scenario che viene sussurrato a bassa voce, guai a fare una dichiarazione pubblica di questo tenore. Se ne riparlerà un minuto dopo l'esito delle prossime elezioni politiche.
Un partito che vede al suo interno i cosiddetti padri nobili del Partito Democratico che da settimane sono usciti in serie per dire No alle primarie. Prima Walter Veltroni, poi Romano Prodi. E adesso ultimo in ordine cronologico a sconquassare i piani di Schlein e Conte è Massimo D'Alema che ieri in un'intervista alla Stampa ha espresso due concetti che avranno un impatto sulle dinamiche interne al centrosinistra. "Non riesco ad immaginare primarie con uno scontro aspro tra i partiti, che essendosele date di santa ragione, poco dopo devono credibilmente presentarsi assieme alle elezioni. È un'idea che non mi convince". E poi ancora, la grande apertura alla galassia moderata: "C'è un elettorato moderato in sofferenza, come dimostra la vicenda Forza Italia. Una cosa era un centrodestra dominato da Berlusconi che sdoganava l'estrema destra, ora siamo ai post-fascisti che stanno sdoganando Forza Italia".
È un'idea quest'ultima - quella di coinvolgere la galassia dei centristi - che balena nella testa di diversi esponenti del Partito Democratico. Primo fra tutti Dario Franceschini, che un giorno strizza l'occhio alla Schlein e l'altro a tutto il girone di chi risiede al centro ma sta nell'altro campo. L'ex allievo di Benigno Zaccagnini è un tifoso del pareggio perché guarda avanti, all'elezione del prossimo capo dello Stato, conscio che una maggioranza extralarge sia congeniale per portare al Colle un profilo più rotondo e meno radicale. Insomma, una figura analoga a quella di Sergio Mattarella.
Ed è un disegno simile a quello di Romano Prodi. Il professore non è convinto della leadership di Elly Schlein e al momento opportuno tirerà fuori dal cilindro Paolo Gentiloni, un profilo ideale in caso di parità, perché potrebbe tenere insieme il centrosinistra e, perché no, il nuovo corso di Forza Italia che proprio ieri era in piazza a ricordare la Resistenza.
Il primo e unico comandamento di questa compagine che risiede nel Pd è: la legge elettorale, l'attuale Rosatellum - che prevede un terzo di collegi uninominale - non si deve toccare. Anche perché alla luce dei recenti sondaggi l'attuale sistema di voto potrebbe consegnare il pareggio che tanti sognano. O comunque un risultato che non consentirebbe al campolargo di essere autosufficiente. E se sarà un X, uno zero a zero con pochi tiri in porta, il modello cui guardano i padri nobili del centrosinistra è l'esecutivo di Enrico Letta del 2013 con vicepresidente del Consiglio Angelino Alfano.
Quella fu la stagione della non vittoria di Pier Luigi Bersani, frontman del centrosinistra alle Politiche. Non è dato sapere a chi potrebbe toccare nel 2027. Certo è che Transatlantico circola già una battuta: "Il Pd si è trasformato nel PdP, partito del Pareggio".