Il giorno dopo le parole della segretaria del Pd, Elly Schlein - "Il Pd è un partito plurale e inclusivo" - nei palazzi della politica il malessere del mondo riformista del Nazareno non sembra essere rientrato. Un malessere che si può racchiudere in una battuta di un parlamentare non certamente ortodosso: "Sapete qual è il problema? Che al Nazareno non sono ai sottosegretari ma alla crisi del governo Schlein 1". Affermazione più che esplicativa di quanto sia proiettata in avanti l'azione della segretaria del Nazareno. E mentre "Elly" si muove già da presidente del Consiglio in pectore, non perdendo di vista i compagni di viaggio, alcuni compagni di viaggio continuano a disperarsi. A loro avviso l'uscita di Marianna Madia è stata sottovalutata o al più considerata una mera questione ascrivibile alle liste elettorali delle politiche del 2027. Restano, dunque, in calce le parole di Walter Verini, senatore democratico, che è stato molto netto nei minuti successivi all'addio della ex ministra: "Chi riduce queste scelte - dolorose - a mercanteggiamento di posti non è solo offensivo, ma ha una visione della politica molto triste e limitata, pari a quella di chi, nel Pd, ha esultato per la scelta di Madia, auspicando altri allontanamenti". Verini, oggi senatore della Repubblica, ha già fatto sapere alla segretaria del Nazareno che considera terminata la sua esperienza parlamentare. Non ne fa una questione di posti ma di postura del partito di via Sant'Andrea delle Fratte: "Continuerò a occuparmi di politica come ho sempre fatto dal Pci in poi: da militante della sinistra riformista. Insomma, mi batto per le idee, non per i posti. E come me certamente tanti altri. Vorrei se ne tenesse conto. Sbaglierebbe, chi non lo facesse".
I malumori ci sono e sono ancora in queste ore diffusi. Graziano Delrio ad esempio lavora sotto traccia assieme a Paolo Ciani, segretario di Demos, movimento politico vicino alla Comunità di Sant'Egidio, a una sorta di Margherita 2.0. E il 16 maggio Delrio ha convocato tutti all'Auditorium Antonianum per un convegno dal titolo: "Costruire comunità, pratiche territoriali e visione condivisa per il futuro della democrazia". È un attivismo che fotografa la necessità di un cambio di linea. E che investe anche i due europarlamentari Giorgio Gori e Pina Picierno, silenziosi ma assai perplessi sull'azione della segretaria.
Al momento però nessuno osa sbilanciarsi su altre uscite. Non è dato sapere se all'uscita di Madia ne seguiranno altre. Anche perché le scissioni non hanno mai portato bene da queste parti. Meglio restare dentro e verificare cosa succederà nelle prossime settimane. D'altro canto, le incognite sono diverse: la legge elettorale, le primarie, il programma, il perimetro della coalizione.
Dice un deputato che preferisce parlare a taccuini chiusi: "Le parole da parte della segretaria ci sono sempre state. Bisogna adesso vedere quali saranno i fatti. Evidente che ci sia una linea uscita dal congresso. Ma a Elly spetta fare la sintesi anche tenendo conto della nostra posizione. Un Pd che non ascolta i riformisti si trasforma in un altro soggetto politico".
Non a caso i riformisti recriminano una serie di passaggi: il voto sul ddl antisemitismo, il referendum sul Jobs Act, la scelta di far diventare Francesca Albanese una sorta di madrina della sinistra, l'assenza di due parole chiavi nel lessico della numero uno del Nazareno: crescita e sicurezza. "Il partito viene considerato plurale solo perché nella tessera ci sono Tina Anselmi ed Enrico Berlinguer? Se fosse così sarebbe la strada sbagliata. Ma il pluralismo si vede nel confronto e anche negli spazi".