Il Pd teme l'esplosione dei gruppi pentastellati

Il segretario rifiuta il dialogo con Salvini sul ddl Zan: "Nessuna mediazione"

Il Pd teme l'esplosione dei gruppi pentastellati. La svolta grillina di Letta: stop ai voltagabbana

Niente mediazioni sulla legge Zan, «bandiera di civiltà»: il Pd, dice Enrico Letta, è pronto ad andare alla conta in Parlamento.

E quindi il segretario dem respinge al mittente l'offensiva di Matteo Salvini, che gli ha chiesto via whatsapp un confronto per togliere dal testo gli «scogli» che per «noi e la Santa Sede» costituiscono un insormontabile ostacolo alla approvazione. «Ma Letta manco mi ha risposto», lamenta il leghista. Replica Letta: «Gli scriverò per dirgli che ci confronteremo in Senato: quella è la sede. La nostra linea è di approvare il ddl, la Lega vuole solo affossarlo».

E pazienza se anche pezzi di Pd e di centrosinistra, o illustri giuristi di area, dicono che quel testo è scritto male e andrebbe cambiato: il Nazareno ritiene che questa sia una battaglia prioritaria per ridisegnare la propria identità di partito di sinistra, e che aprire a modifiche dialogando con la Lega sarebbe un segnale di cedimento. «Incredibile che rifiuti il dialogo», fa l'indignato Matteo Salvini. «I numeri ci saranno», assicura il segretario dem. E se poi non ci fossero è già pronto il capro espiatorioi: da giorni, il tam tam del Nazareno fa trapelare che, se a scrutinio segreto mancassero dei voti, i sospetti ricadrebbero su chi come Renzi si è attivato per emendare il ddl. E non sui grillini, che con il loro serbatoio di senatori malpancisti sono i più probabili indiziati per future trappole.

Il muro contro muro con l'avversario-alleato leghista è del resto un tratto identitario del Pd in questa fase: non a caso ieri Letta ha voluto far intervenire il sindaco di Budapest, coraggioso oppositore di Orban, all'incontro con i 5mila segretari di sezione dem che ha seguito la riunione di Direzione, entrambi organizzati per lanciare il progetto delle «agorà» per costruire il «nuovo Ulivo, perno della coalizione progressista» (ossia Pd e Cinque Stelle) e per «battere il centrodestra». E intanto i dem lanciano un amo a M5s, andando incontro al bisogno di Conte di evitare nuove emorragie dai gruppi parlamentari: una riforma del regolamento che impedisce i «cambi di casacca» tanto condannati (e praticati) dai 5S.

Conte resta «punto di riferimento» (magari non più «fortissimo») per il Nazareno. Dietro i solenni toni decisionisti, nella conferenza stampa di ieri l'ex premier si è prodigato in messaggi rassicuranti: ai parlamentari M5s, all'ala governista del partito (ha persino sostenuto di aver «fatto nascere» il governo Draghi), a Grillo medesimo (financo sulla Cina). E al Pd, giurando che non capeggerà fronde anti-esecutivo e che sosterrà «il fronte largo» dell'alleanza contro la destra. Miele per le orecchie di Letta, che però chiede a Conte - se riuscirà a farsi promuovere leader - un impegno ulteriore, su cui ancora non ha avuto alcuna rassicurazione: evitare la «deflagrazione dei gruppi 5s» e marciare uniti nella partita per il Colle. «Altrimenti - avverte - lo regaliamo alla destra».

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