Da Pechino a Caracas, i flirt grillini con il "nemico"

I grillini flirtano con i putiniani e venerano lo zar? C'è poco da stupirsi.

Da Pechino a Caracas, i flirt grillini col "nemico"

I grillini flirtano con i putiniani e venerano lo zar? C'è poco da stupirsi. Nulla di nuovo sotto il cielo stellato di un Movimento che, fin dai suoi albori, ha sempre subito l'irresistibile fascino delle dittature e delle autocrazie. Non c'è niente da fare, loro, di fronte alle limitazioni delle libertà personali, a regimi e regimetti, dittatori e presunti tali, si sciolgono. Da Chavez a Morales, dalla Cina di Xi agli ayatollah iraniani. E, giusto per non farsi mancare nulla, hanno anche strizzato l'occhio ai terroristi islamici.

Il numero uno delle sbandate è Di Battista, che è un po' come il compagno di classe del Liceo che s'innamora sempre delle ragazze sbagliate. Nel 2014, sul blog di Grillo, si sdilinquisce per gli jihadisti mozza teste e suggerisce di trattare con loro e «smetterla di considerarli come disumani».

Ineffabile.

L'anno dopo il Che Guevara di Roma Nord organizza un convegno a Montecitorio in cui si esaltano i regimi chiavisti. Nel 2017 una delegazione grillina (della quale fanno parte Manlio Di Stefano e Vito Petrocelli) vola in Venezuela per le commemorazioni dei quattro anni dalla scomparsa di Chavez. I rapporti tra Caracas e i pentastellati sono così stretti che nel 2020 il quotidiano spagnolo Abc pubblica una indiscrezione secondo la quale il Movimento, nel 2010, avrebbe ricevuto dal regime un finanziamento da 3,5 milioni di euro. Tutto assolutamente smentito da Casaleggio. Ma tutto altamente verosimile. D'altronde Maduro spendeva elogi per il partito dell'ex comico, ritenendolo «promotore di un movimento di sinistra, rivoluzionario e anticapitalista nella Repubblica italiana». Tutto torna, i compagni della decrescita (in)felice, l'asse internazionale rosso di chi detesta la finanza, pensa che il capitalismo sia solo predatorio e idolatra lo stato e lo statalismo è ben saldo.

Ma le liaisons dangereuses con i «cattivi» non finiscono qui. Storica l'intervista di Beppe Grillo a un giornale israeliano, nel 2012, nella quale difende il modello Ahmadinejad in base alle testimonianze del suocero e del cugino (che sono iraniani). Mitologici i reportage dell'immarcescibile Di Battista che, inviato in una iperuranica Persia felix, descrive Teheran come la capitale mondiale della sicurezza e del benessere. D'altronde ha avuto un'impressione molto simile anche in Russia, da dove ha inviato i suoi più recenti articoli. Ultima, ma non per importanza, la corrispondenza di amorosi sensi con la Cina di Xi Jinping, che ha portato, durante il primo governo Conte, alla celeberrima Via della Seta. Ora tocca alla Russia di Vladimir Putin. Ma - ne siamo certi - appena salterà fuori un nuovo autocrate, loro saranno già lì, pronti ad adularlo e a farsi manovrare.

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