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Perché l'utilizzo del Tfr per integrare la pensione equivale a un esproprio

La tutela proposta da sindacati e governo non rispecchia gli interessi dei lavoratori

Perché l'utilizzo del Tfr per integrare la pensione equivale a un esproprio

Temo che al tavolo di un eventuale confronto sull'idea del Tfr in busta paga sarebbero seduti solo coloro che hanno un interesse esplicito nello status quo. Sindacalisti, Stato e imprese, a diverso titolo, hanno tutte le ragioni per pensarla così, mantenendo un atteggiamento di tutela (non richiesta) nei confronti di un popolo, che se non proprio bue (come diceva lui), resta molto docile nei confronti del manovratore di turno. Mi spiego meglio. Le organizzazioni sindacali piaccia o no rappresentano sempre meno i lavoratori, in questo caso i legittimi proprietari del Tfr. Le quote più rilevanti dei loro iscritti derivano dai pensionati, che spesso si trovano soci a loro insaputa. I giovani lavoratori sono sempre meno propensi alla sindacalizzazione. In sostanza la titolarità delle organizzazioni sindacali a discutere di Tfr è bassa, come la loro rappresentatività, alla verifica della quale i sindacati si sottraggono da sempre. Hanno tutti i buoni motivi per difendere l'ipotesi di un Tfr che resti, o che vada, nei fondi pensione negoziali, dove hanno un ruolo attivo e vigile, derivando dalla contrattazione nazionale.

Le imprese? Immaginare che il sistema imprenditoriale possa inneggiare a un Tfr in busta paga, sarebbe come chiedere a un tacchino di festeggiare il Natale. Secondo i dati Covip nel 2024 il Tfr rimasto in azienda vale 17,5 miliardi di euro (su un flusso annuale complessivo di 32,69 miliardi). Negli ultimi 17 anni (Covip contabilizza dal 2007 al 2024) si tratta di uno stock di 234 miliardi finito nella disponibilità del finanziamento delle imprese (altri 105 miliardi sono andati nel conto di Tesoreria Inps). Tutte risorse preziosissime, visto che il canale bancario è pressoché riservato alle grandissime aziende, ultra-garantite, per valori complessivamente inferiori a quelli rappresentati dal Tfr. A fine 2024 Banca d'Italia contava uno stock di prestiti bancari alle aziende per 599 miliardi. Difficile fare confronti puntuali nei flussi di prestiti concessi e conclusi, ma la percentuale delle risorse destinate al finanziamento del sistema imprenditoriale derivanti dal Tfr, non è una quota marginale rispetto all'erogato dalle banche. Tutt'altro. E a tassi e con una durata imparagonabili (le banche prestano ormai sotto i 5 anni, un Tfr è nella pancia delle imprese per qualche decennio). Insomma, il Tfr è la finanza essenziale per il nostro sistema delle Pmi (e anche per la parte corrente dei conti dell'Inps: 6,5 miliardi nel 2024, 105 miliardi negli ultimi 17 anni), cioè per il 95% delle aziende. E i lavoratori, con il loro Tfr sono la vera banca delle imprese italiane. Peccato che non possano lucrare rendimenti paragonabili a quelli degli istituti di credito. Insomma un po' danno, un po' beffa. Se il Tfr impiegato in azienda potesse contare su interessi bancari del 6% medio (qualche mese fa anche dell'8%) i lavoratori avrebbero potuto farsi una mensilità aggiuntiva.

Veniamo allo Stato, e al governo pro tempore che lo rappresenta. Teoricamente dovrebbe essere il soggetto di massima tutela dei cittadini e quindi anche dei lavoratori. Un po' gioca la cultura paternalistica, che segna le Istituzioni del nostro Paese, a prescindere dalla parte politica che al momento risulta preponderante. Per la cultura statale (ma vale anche per le Istituzioni inferiori, a ogni livello della amministrazione pubblica) il cittadino è un soggetto da educare o comunque da tutelare, giudicato incapace di utilizzare la libertà garantita dalla Costituzione, senza far danni a sé e agli altri.

Tanto più quando ci sono di mezzo le risorse finanziarie; anche se si tratta di denari propri. Un dettaglio, poco importante per chi ha una visione così alta e paterna come quella della Pubblica Amministrazione.

Il mercato, alla nostra latitudine, è sempre stato visto con sospetto. È inammissibile l'idea di suggerire ai cittadini di provvedere in proprio all'utilizzo delle proprie sostanze derivanti dalla retribuzione, per prepararsi al futuro. Non bastano gli obblighi sacrosanti di natura fiscale e contributiva, occorre anche trattenere quella risorsa aggiuntiva, il Tfr, per finalizzarla a disegni generali di pubblico interesse. In questo caso, l'ultima versione che sembra prendere forma, riguarda il finanziamento della propria pensione anticipata.

Ogni tanto il governo accenna alla tentazione di riservare qualche pizzicotto a chi forse si è approfittato troppo di una congiuntura favorevole. È il senso con cui, con spirito bonario, il ministro Giorgetti si è rivolto alle banche. Ma tutti restano distratti, quando si continuano a tirare schiaffoni sulla faccia dei lavoratori che devono assistere silenti all'esproprio del loro Trattamento di fine rapporto.

Temo che, per i motivi che ho detto, queste argomentazioni resteranno mie idee e di pochi altri, che comunque

non siedono nei tavoli in cui si decide e nei quali per ridirla con l'aforisma in voga negli Usa, se non sei al tavolo del negoziato, vuol dire che sei nel menu.

Antonio Mastrapasqua
Ex presidente Inps

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