Una inchiesta partita con grande fragore in nome della tutela dell'ambiente, sei indagati che finiscono agli arresti domiciliari, giudici che uno dopo l'altro fanno proprie le tesi della Procura della Repubblica, confische per decine di milioni: e alla fine tutti assolti. La storia del processo Petrolgate si chiude ieri mattina, quando la Corte d'appello di Potenza azzera le accuse che avevano portato sotto processo l'Eni e una sfilza di suoi dirigenti, incriminati per traffico di rifiuti illeciti per lo smaltimento degli scarti della Centrale Olio di Viggiano in Val d'Agri, a ridosso dell'Appennino lucano. Dall'inizio delle indagini sono passati sedici anni, il processo di primo grado è durato cinque anni, altri quattro anni sono serviti per arrivare ieri alla sentenza d'appello. Tempi quasi incredibili, specie per arrivare a scoprire che "il fatto non costituisce reato".
La retata era scattata nel marzo 2016 su richiesta del pm Laura Triassi: il giudice preliminare accoglie in pieno le richieste della Procura, e manda agli arresti domiciliari sei dirigenti locali dell'Eni scrivendo che sono "perfettamente consapevoli" dell'avvelenamento delle acque per risparmiare sui costi. I difensori ricorrono al Riesame, e altri tre giudici rigettano il ricorso scrivendo che gli elementi d'accusa a carico degli arrestati sono gravi e inequivocabili. Parte il processo di primo grado, e dopo cinque anni il tribunale - ovvero altri tre giudici - dà ragione alla Procura, condanna tutti i dirigenti e funzionari dell'Eni e la stessa Eni, cui viene confiscata la bella cifra di 42 milioni di euro come "profitto del reato", e che viene obbligata a risarcire 257 cittadini costituitisi parte civile. "È un segnale importante per la tutela dell'ambiente", dice la pm Triassi. "Bisogna tutelare - ha aggiunto - la libertà di impresa, ma è necessaria che questa si svolga nel rispetto delle norme e nella tutela della salute dei cittadini e dell'ambiente".
Ma poi arriva il processo d'appello, e la Corte decide di vederci più chiaro, riconvoca il consulente della Procura, gli fa domande che fino ad allora evidentemente nessuno gli aveva fatto. Il difensore dell'Eni, Alfonso Furgiuele, chiede l'assoluzione dell'azienda, lo stesso fanno Giuseppe Fornari, che difende quattro dei manager Eni, e i suoi colleghi Sergio Spagnolo e Roberto Santi Laurini. Non c'è in aula, a discutere il processo e ad ascoltare la sentenza, l'avvocato Mario Brusa, che in primo grado si era battuto per l'assoluzione degli uomini del cane a sei zampe, e che è morto prima di poter vedere la vittoria: come è inevitabile che a qualcuno accada, in un processo che dura dieci anni. Ieri, arrivano le assoluzioni.
Eni che ha le spalle larghe prende atto con soddisfazione che con questa sentenza si cancella l'unico precedente giudiziario che le gravava addosso in Italia.I sei assolti, che hanno avuto dieci anni di vita guastata dal processo, si interrogano probabilmente su come tutto questo sia potuto accadere.