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Il poliziotto chiede scusa "Ho tradito le altre divise"

Interrogato per due ore dal gip Cinturrino ammette le bugie: "Avevo paura, ho perso la testa". Poi coinvolge i colleghi presenti: "Sapevano della pistola finta". Un agente che lavorava con lui: "Lo vidi chiedere soldi e droga, era aggressivo e una volta picchiò dei tossici col martello". Ma la fidanzata nega tutto

Il poliziotto chiede scusa "Ho tradito le altre divise"
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"Il collega sapeva cosa c'era nella valigia che gli ho detto di portarmi. Sapeva che c'era la pistola finta che poi ho messo accanto al corpo di Mansouri". Per il poliziotto Carmelo Cinturrino, in carcere per omicidio volontario, ieri mattina è il momento di passare dalle bugie, accastellate per un mese per depistare le indagini, alla verità. E tra le verità che mette a verbale c'è quella che allarga a dismisura l'inchiesta che la Procura di Milano sta portando avanti: perché Cinturrino dice di non avere agito da solo, chiama in causa il poliziotto che era con lui, un altro dei "duri" della squadra investigativa del commissariato Mecenate: dove per anni il "metodo Cinturrino" era noto a tutti. Ma viene raccontato solo adesso.

Due ore di interrogatorio, nel carcere di San Vittore, dove è chiuso da lunedì mattina il poliziotto che il 26 gennaio, nel boschetto della droga di Rogoredo, ha sparato alla testa allo spacciatore Abderrahim Mansouri. San Vittore pullula di compaesani e di colleghi dell'ammazzato, per questo Cinturrino è chiuso in un reparto protetto. A interrogarlo si presenta personalmente il procuratore capo Marcello Viola. Ed è davanti a Viola che il primo poliziotto-assassino della cronaca nera milanese mette a verbale il suo racconto. Riconosce di "avere tradito le altre divise". Dice di essere pentito, di avere pregato per l'anima di Mansouri. Di avere avuto paura. Di avere "perso la testa". Di non avere sparato per uccidere. Ammette, perché altro non può fare, il teatro inscenato subito dopo, mentre Mansouri ancora rantolava, per simulare la legittima difesa. Tranne una collega, dice, gli altri poliziotti vedevano quello che stavo facendo. Cinturrino inguaia i colleghi che almeno all'inizio hanno cercato di proteggerlo. Non è un bel gesto, ma ormai per Cinturrino è il momento di svuotare il sacco.

A interrogarlo insieme a Viola c'è il giudice preliminare Domenico Santoro, che entro stamane dovrà decidere se convalidare il fermo eseguito lunedì e se emettere l'ordinanza di custodia in carcere chiesta dal pm Giovanni Tarzia. Decisione praticamente scontata, vista la gravità delle accuse che stanno piombando addosso a Cinturrino non tanto sull'omicidio di Mansouri - di cui è ormai reo confesso - quanto sul contesto in cui è maturata la operazione antidroga "autogestita" culminata con la morte del boss dello spaccio in zona. Ieri, nell'interrogatorio a San Vittore, il poliziotto nega di avere mai avuto contatti anomali con gli spacciatori del Corvetto, e tanto meno di avere estorto denaro. E il suo difensore, Pietro Porciani, sottolinea come le accuse che gli vengono lanciate addosso in queste ore provengano quasi tutte da spacciatori pregiudicati, che - come pure Mansouri - odiavano Cinturrino perché li martellava con i suoi arresti. "Non vedevano l'ora di rompere le scatole a Carmelo, perché a loro ha sempre dato fastidio", dice ieri la donna del poliziotto, portinaia di una casa popolare nella casbah del Corvetto.

Ma sul conto dell'arrestato adesso ci sono anche le accuse lanciate contro di lui dai suoi ex colleghi del commissariato di via Mecenate (dove Cinturrino dormiva anche, a riprova di un tenore di vita non altissimo) e che solo ora escono allo scoperto: "Sì, l'ho visto chiedere soldi e droga - dichiara un agente citato dall'agenzia Agi -. Era aggressivo, allungava le mani. Io personalmente ho visto che si portava un martello e una volta lo ha usato per picchiare i tossici. Ma non so il motivo, se era frustrato, se dicevano qualcosa che non era quello che voleva sentirsi dire". E ancora: "Lui è sempre stato considerato come paladino o fenomeno, non lo so. Dagli anziani era visto in un modo, dai giovani era visto in un altro. I giovani facevano affidamento su di lui. Io, come ho già detto, ho sempre fatto presente all'Ispettore di non metterci insieme, e dopo un po' anche lui si è reso contro che Carmelo aveva atteggiamenti non belli quando i tossici non gli dicevano dove erano i soldi e dove era la sostanza".

Siamo, come si vede, su una linea di confine: tra l'operazione di servizio spregiudicata e il crimine vero e proprio, le

estorsioni, i furti. Ed è proprio sulla scelta di questi due scenari che si muove l'indagine, alla ricerca della risposta alla vera domanda irrisolta che sovrasta da tre giorni il delitto di Rogoredo: perché Cinturrino ha sparato?

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