"Con la preghiera solitaria il Papa parla a tutte le fedi"

Claudio Vercelli, docente di storia ebraica: "La sua fatica isolata, un simbolo in cui ci si riconosce"

Fra Sorrentino e Spengler. Un uomo vestito di bianco, affaticato, che prega al crepuscolo davanti a una magnifica piazza vuota. Un'immagine simbolica grandiosa, quella di Papa Francesco. Un'immagine che parla a tutti, non solo ai cristiani, con un messaggio epocale. «La potenza scenografica di quell'immagine non è casuale» riflette Claudio Vercelli, docente di storia ebraica all'Università Cattolica di Milano, che non a caso sorridendo, evoca Paolo Sorrentino - regista di una serie tv, esteticamente accuratissima, sul Vaticano - ma anche Oswald Spengler, filosofo tedesco autore del «Tramonto dell'Occidente».

«Quell'immagine di Bergoglio vuole lasciare il segno anche ai posteri - riflette - Non è apparato scenografico fine a se stesso. Intende colpire l'immaginazione collettiva consegnandoci un messaggio per il momento in cui si dovrà ripartire. Intanto evoca una solitudine del Papa, solitudine in cui riconoscersi, solitudine e non abbandono. Il Vicario di Cristo è anche uomo che raccoglie il senso di smarrimento dell'umanità. Ecco la penombra, al tramonto che è trasformazione in atto dei connotati conosciuti».

È una lettura, questa, di tipo «politico». Nessuno si salva da solo, ha detto, e neanche l'Occidente può salvarsi da solo, forse. «L'Occidente è in difficoltà - osserva Vercelli - non riesce a far fronte al suo ruolo, e il Papa comunica qualcosa anche alle altre parti del globo. In questo momento storico emergono i conflitti in quelli che si chiamavano Paesi in via di sviluppo, e il cattolicesimo non solo è messo in discussione dalla presenza islamica, ma registra anche la vivace evoluzione dei gruppi evangelicali, che mangiano terreno». Ma la minaccia dell'epidemia non fa riscoprire la fratellanza nella fede? «Il tema del dialogo non viene certo meno - osserva Vercelli - anche se il dialogo funziona fra soggetti distinti. Il rapporto fra mondo ebraico e cattolico per esempio è giocato su asimmetrie, cordiale dal Concilio, ma bisogna capire con chi si dialoga e qual è l'agenda. Per me, la fede come surrogato delle culture politiche non funziona». Non è sul terreno teologico che si esercita questa attrazione di «Pietro», il magistero semmai è morale»: «C'è molto di esibito in questa crisi - prosegue - pensiamo ai mezzi militari russi che girano nelle città. E anche il discorso di Mattarella, è l'ultima chiamata per la vecchia Europa». Eppure non è un'immagine muscolare quella che dà Bergoglio. Esibisce la sua fatica fisica, sempre più simile a quella dei predecessori, è una fatica che evoca la difficoltà di andare oltre l'esistente». Non è una Chiesa forte, è una Chiesa che nel crepuscolo dei tempi si propone come luce: «L'idea crepuscolare dell'Occidente - dice Vercelli - nacque un secolo fa come risposta all'ottimismo che allora finì nelle trincee. Ma l'evoluzione della Cristianità non è più legata all'Occidente, la Chiesa si propone come faro nel tramonto, come guida, soggetto costruttore di quel sarà dopo, quando ci sarà da ricucire la società dopo lo smarrimento, che è tale perché il nuovo non si vede ancora».

Si spiegano anche gli entusiasmi a sinistra, che però hanno il fiato corto. «Chi pensa che l'epidemia provi il fallimento del capitalismo dà una lettura autoconsolatoria - risponde Vercelli - e non solo perché il tutto è partito da un regime fortemente accentrato, paracomunistico, come quello cinese, ma anche perché è evidente che le alternative non l'avrebbero certo fermata, né le vecchie utopie trasformate in distopie. Sno schemi vecchi, saltati, e sulle macerie non si costruisce nulla. Dovremo uscire dalla logica della colpa e dalle formule del passato».

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