Processano Salvini ma ignorano il 15enne morto dopo lo sbarco dalla nave-quarantena

Il calvario di un ragazzo ivoriano spentosi a Palermo. L'imbarazzo della Ong Open Arms

Processano Salvini ma ignorano il 15enne morto dopo lo sbarco dalla nave-quarantena

Si chiamava Abou, aveva quindici anni, veniva dalla Costa d'Avorio. E la sua morte, avvenuta lunedì all'ospedale Ingrassia di Palermo, non è solo un dramma dell'immigrazione ma anche un caso politico e un fascicolo giudiziario. Perché Abou è stato tenuto per undici giorni a bordo della Open Arms, la nave dei volontari che lo aveva raccolto insieme ad altre decine di profughi. Poi, quando stava già malissimo, lo hanno spostato su una nave quarantena, la Allegra: per altri undici giorni. Quando finalmente lo hanno portato a Palermo, in ospedale, era troppo tardi. E ora il leader leghista Matteo Salvini tuona: «Un immigrato di 15 anni ha perso la vita nell'indifferenza generale, mentre io rischio il processo per aver trattenuto a bordo di una nave alcuni immigrati che avevamo salvato in acque maltesi».

Il messaggio di Salvini è chiaro: a impedire a Abou di scendere dalla Allegra è stato il governo Conte 2, andato al potere anche in nome dell'accoglienza. E che invece si macchia di colpe per le quali io sarei stato messo in croce. «Con questa minoranza di governo - dice Salvini - più sbarchi, più insicurezza, più morti. E molta più ipocrisia». «Se una roba del genere - dice il leader leghista in serata a Porta a Porta - fosse accaduta con Matteo Salvini ministro dell'Interno, quanti giornali, telegiornali, speciali, girotondi, indignazione, Cgil e movimenti umanitari avremmo avuto nelle piazze d Italia? Ma questo ragazzino non è un morto di serie B».

La cronologia degli ultimi giorni di vita del ragazzo ivoriano è impietosa. La Open Arms, che batte bandiera spagnola, a partire dal 9 settembre raccoglie a tre riprese gli occupanti di imbarcazioni alla deriva: 83 il 9, nel Mediterraneo centrale, 77 due giorni dopo al largo della Libia: tra loro c'è Abou; il giorno dopo, terzo salvataggio, addirittura 116 profughi. A quel punto la nave è stracolma, molti dei 276 migranti sono malati e disidratati, ma il 14 l'Italia nega alla nave un porto di sbarco. Eppure la notizia sulla stampa non appare quasi. Il 15 la Open Arms viene autorizzata a avvicinarsi a Porto Empedocle per fare scendere due donne incinte, alla vista delle motovedette della Finanza dieci profughi si lanciano in mare ma vengono riportati a bordo senza tanti complimenti. Stessa scena il 17, quando la nave arrivano a Palermo, si buttano in 76: li ripescano uno per uno e li rimettono sulla Open Arms.

In quelle ore, Abou arriva all'infermeria della nave, seguito dai medici di Emergency. Ha iniziato a stare male, ha la febbre alta, dolori ai fianchi; gli fanno il test del Covid, che risulta negativo, lo curano con tachipirina e antibiotici ipotizzando una infezione urinaria. Per tutta la notte e per buona parte del giorno dopo, il ragazzo resta sulla Open Arms, poi lo spostano sulla nave quarantena, la Allegra. Sta sempre peggio, non si parla più di via urinarie ma di una devastazione dei reni causata dalla disidratazione. Eppure non lo portano in ospedale, lo tengono sulla nave per undici interminabili giorni. Solo il 30 settembre viene autorizzato il suo trasporto in ospedale sulla terraferma, prima al Cervello poi all'Ingrassia. La diagnosi diventa polmonite. Abou non risponde alle terapie, le sue condizioni precipitano. Cinque giorni dopo, muore.

Ora l'avvocato della sua tutrice, Michele Calantropo, chiede che sia la Procura ad occuparsi della morte di Abou. E di quei segni, inequivocabili, di torture trovate sul suo corpo dai medici dell'ospedale palermitano. Le avevano viste anche a bordo, i medici di Emergency, ma avevano scritto che non sembravano causate da «torture o maltrattamenti recenti».

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