"È un processo politico. Indegno pubblicare il conto corrente di Renzi"

L'ex pm Carlo Nordio è critico: "Le inchieste di Tangentopoli avevano reati specifici. Qui non accade"

"È un processo politico. Indegno pubblicare il conto corrente di Renzi"

Carlo Nordio, ex magistrato noto al grande pubblico, non ha dubbi sul caso Open: si tratta di un processo politico. Lo stato di salute della giustizia italiana, poi, merita una riflessione che passa da altri appuntamenti processuali, dalla ventilata necessità di una riforma del Csm e da quello che accadrà con l'elezione al Colle di febbraio.

Partiamo dal caso della Fondazione Open: un processo politico? «Certo. Direi anzi che questo è il primo, e unico, processo politico della nostra storia repubblicana. Da Tangentopoli in poi sono stati inquisiti molti politici, ma sempre per reati specifici, ancorché connessi alla loro attività politica. Qui invece la magistratura si attribuisce la funzione di decidere cosa sia un partito e cosa no. E questa è politica pura».

Su Open circola una suggestione: che i pm vogliano decidere che cosa sia un partito e che cosa non lo sia. Condivide?

«Ovvio che condivido questa tesi. A quanto si è letto fino ad ora si tratta di una Fondazione che ha ricevuto finanziamenti dichiarati. Renzi sui suoi introiti ha pagato le tasse. Dov'è il reato? Ma se si pretendesse di attribuire alla Fondazione il connotato di un partito allora il reato in teoria potrebbe esserci. Tuttavia la magistratura non può assumersi questo potere di sindacato. Altrimenti, come ho detto, il processo diventa squisitamente politico».

I testimoni del caso Open sono politici. Alcuni di questi sono anche avversari di Renzi. Un quadro atipico?

«Questo no. I testimoni devono essere ammessi dal Tribunale, e quindi non ha importanza la loro attitudine nei confronti dell'imputato. Ma mi lasci dire una cosa. Il ruolo dei testi in questo processo è niente rispetto a quello che altri testi avranno in altri due processi. Lì sì rischiamo un'esplosione a catena».

A quali allude?

«Il primo sarà quello a Palermo a Salvini. Lì saranno chiamati Conte e altri ministri di allora. A Conte sarà chiesto se sapesse o meno della decisione di Salvini di bloccare i migranti, circostanza peraltro già emersa nel dibattito parlamentare, dove Conte ha detto che disapprovava. E allora Conte sarebbe corresponsabile per concorso per omissione. In quanto garante dell'indirizzo politico del governo, il premier aveva il dovere non di dissociarsi ma di intervenire attivamente se uno dei suoi ministri stava commettendo un reato. E poiché non impedire l'evento che si ha il dovere giuridico di impedire equivale a cagionarlo (art. 40 del codice penale) Conte dovrebbe coerentemente esser chiamato a risponderne».

E il secondo?

«Il secondo è il dibattimento a Perugia su Palamara. Saranno citati numerosi testimoni, tutti altissimi magistrati e componenti, o ex componenti del Consiglio superiore della magistratura. Cosa possa emergere sul sistema che Palamara ha già descritto nel suo libro, e di cui lui era solo un piccolo ingranaggio, è facile capire. Rischia di essere un bagno di sangue».

Il Fatto Quotidiano ha pubblicato l'estratto conto di Matteo Renzi...

«Una cosa indegna, ma dovremmo esserci abituati. Da anni le intimità delle persone, anche quelle più delicate, finiscono sui giornali. Va detto che Renzi, quando era al governo, non ha fatto molto per cambiare questa situazione».

Crede che i giudici politicizzati temano una nuova Assemblea costituente?

«Credo che al momento, dopo lo scandalo Palamara e quello ancor più grave della Procura di Milano abbiano altro cui pensare».

Si finirebbe col discutere di immunità parlamentare e di separazione dei poteri.

«L'immunità parlamentare era stata prevista da costituenti come De Gasperi, Togliatti, Saragat e Nenni, e garantiva la carica proprio dalle interferenze anomale del terzo potere, che vediamo da vent'anni. Abolirla è stata una follia».

Una delle questioni aperte riguarda il Csm. Che tipo di intervento servirebbe?

«Lo scrivo da sempre:il sorteggio. Non - ovviamente - tra i comuni passanti, ma nell'ambito di un canestro formato da magistrati valutati almeno tre volte, docenti universitari e presidenti dei consigli forensi. Per definizione, tutte persone intelligenti e preparate».

Pensa che sia il caso di eleggere un capo dello Stato in grado di pacificare i rapporti tra giustizia e politica?

«Ovviamente sì. Ma come direbbe De Gaulle, vasto programma».

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