Pronto il piano sul Mes. Ma Conte l'ha già fermato

Palazzo Chigi assediato da Pd, Iv, Regioni e Ue Il premier teme i 5S e rinvia la resa dei conti

Pronto il piano sul Mes. Ma Conte l'ha già fermato

Per il Pd, la questione Mes è diventata irrinunciabile. Si tratta, al di là del pur importantissimo merito, di una questione di metodo: il Nazareno, dopo un anno di sofferta subalternità ai Cinque Stelle, vuole sancire (all'indomani del risultato elettorale, e con i grillini ormai alla frutta) una ritrovata egemonia politica sulla coalizione.

E il premier Conte non può sottrarsi alla prova, stavolta: o dimostra di saper tenere a bada le nevrotiche bande grilline, almeno su questo, o la sua capacità di leadership verrà seriamente messa in discussione dal «primo partito italiano», come il leader dem Zingaretti non si stanca di rivendicare. A Palazzo Chigi, però, Conte è paralizzato dalla paura. Con i parlamentari di M5s senza bussola e in preda a violente coliche post-voto, sollevare la questione Mes potrebbe mettere a rischio la maggioranza e - quel che più conta - la sua poltrona. Per questo il premier ha messo la museruola al suo ministro della Salute, imponendogli di infilare in un cassetto il suo piano per il riassetto del sistema sanitario. Proprio quello che Zingaretti gli ha chiesto ripetutamente e a gran voce di rendere pubblico, per dimostrare, persino ai non acutissimi pentastellati, quanto quei 37 miliardi di prestito senza condizioni e a tasso zero siano indispensabili per fronteggiare l'epidemia e tenere in piedi la sanità, e servano subito, visto che la cuccagna del Recovery Fund rischia di arrivare ancora più tardi del previsto.

Il piano Speranza «è pronto», come assicurano dal dicastero, e costa 65 miliardi. Il ministro ha più volte e accoratamente richiamato la necessità di accedere subito al Mes, ed era pronto, di concerto con Zingaretti, ad annunciare il suo progetto, avviando ufficialmente il round finale della partita Mes-No Mes. Ma il tremebondo Conte lo ha fermato: «Se apriamo ora questo dossier, rischiamo di non uscirne vivi. Va rinviato il più possibile». Il ministro, raccontano, si sarebbe adeguato. Il segretario del Pd si è invece irritato. E per aggirare l'ostacolo e aumentare il pressing sul premier ha chiamato a raccolta i colleghi governatori: ognuno di loro sa quanto siano necessari quei fondi, e sta mettendo a punto un piano regionale per la ricostruzione sanitaria. Quello del Lazio sarà annunciato già la prossima settimana, quello dell'Emilia Romagna di Stefano Bonaccini è praticamente fatto: «Siamo pronti a presentare i nostri progetti per investire immediatamente le risorse del Mes». In Campania De Luca è in prima linea, e anche il fronte delle regioni di centrodestra è in movimento: Toti si è già esposto, ma persino i leghisti Zaia e Fedriga vogliono il Mes e cercano solo il coraggio per poterlo dire.

Intanto Matteo Renzi attacca: «È allucinante che il governo non abbia ancora fatto partire la procedura per il Mes, un vero autogol». E anche dall'Europa arriva una strattonata a Conte, che era stato il primo capo di governo, mesi fa, a chiedere prestiti Ue agevolati per la Sanità e che oggi si tira indietro: «Non capisco le reazioni allergiche dell'Italia al Mes, concepito solo per la sanità e senza condizioni», ammonisce il vicepresidente della Commissione Timmermans. Conte è sotto assedio. L'unico che non si espone troppo è il presidente del Parlamento europeo Sassoli, Pd: «L'Europa non impone nulla, i governi sono liberi di scegliere». Ma la sua cautela ha una ragione, spiegano dal Pd i maligni: Sassoli aspira anche lui al Quirinale. E ha bisogno dei voti grillini per arrivarci.

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