Il delitto di Garlasco

"Prove decisive, nuovo processo a Stasi"

Definitivi i 16 anni per l'omicidio di Chiara Poggi. I legali: "Elementi mai valutati prima"

"Prove decisive, nuovo processo a Stasi"

È in carcere da quattro anni e mezzo, tra poco potrebbe avere i primi permessi, tra tre anni la semilibertà, insomma avvicinarsi alla fine del tunnel. Ma Alberto Stasi non si rassegna. Perché lui del delitto per cui sta scontando la condanna per omicidio nel carcere di Bollate continua a proclamarsi innocente. Non fu lui, dice, ad ammazzare brutalmente la mattina del 13 agosto la ragazza che amava. Non era lui l'assassino di Chiara Poggi, l'uomo che la colpì ripetutamente al volto, con un'arma mai trovata, e la trascinò agonizzante lungo le scale nella villa deserta di Garlasco. Io sono in carcere, dice Stasi, mentre quell'uomo è fuori, si aggira libero. E potrebbe colpire ancora.

Così l'ex bocconiano, già studente modello e ora detenuto modello del carcere di Bollate, si aggrappa all'ultimo appiglio che ancora la legge gli offre per ribaltare la sentenza definitiva della Cassazione, che nel dicembre del 2015 lo condannò a sedici anni per omicidio. Chiede la revisione del processo, chiede un nuovo giudizio davanti a giudici diversi da quelli che lo hanno ritenuto colpevole. L'istanza è già depositata nella cancelleria della Corte d'appello di Brescia: «Decideremo in fretta», fa sapere il presidente della Corte, Claudio Castelli. Entro luglio Stasi saprà se uno spiraglio si apre o se è arrivato il momento di arrendersi.

La strada in salita

Ci aveva già provato un'altra volta, ed era finita male: l'indagine del detective privato che aveva raccolto il dna di un altro possibile sospettato, tale Andrea Sempio, era stata bocciata senza incertezze dalla Procura di Pavia. E a finire sotto inchiesta, per avere fatto prelevare senza permesso il dna di Sempio, era stato il difensore storico di Stasi, Angelo Giarda. Ora a occuparsi di Stasi è un altro avvocato, Laura Panciroli. La nuova istanza porta la sua firma. È lei ieri a spiegare che il delitto di Garlasco è stata una sfilza di assurdità giudiziarie, «Stasi è stato assolto due volte e condannato due volte sulle stesse prove». Ora altre prove, si legge nell'istanza, sono emerse. La Panciroli non dice quali, «aspettiamo che la Corte d'appello si esprima almeno sulla ammissibilità dell'istanza». Ma per legge deve trattarsi per forza di fatti del tutto nuovi, non di una semplice rilettura degli elementi già valutati nei gradi precedenti di giudizio.

Stasi sa che in realtà la strada è tutta in salita. Come spiega Gianluigi Tizzoni, il legale della famiglia Poggi che da sempre, fin dai giorni dell'arresto a sorpresa e della scarcerazione repentina nell'estate del delitto, ha sostenuto la tesi della sua colpevolezza, «a portare alla condanna di Stasi fu una ciclopica attività investigativa». Le impronte di sangue sul pigiama, mai scoperte prima; un sms di Stasi a un amico di Loano, cancellato da entrambi; l'ipotesi che per andare e tornare dalla villa dei Poggi il giovane avesse usato due bici diverse. Ma alla fine, decisiva nella requisitoria e nelle sentenze, una prova logica, indiretta, ma pesante. Le scale della villa erano allagate dal sangue di Chiara. Se Stasi, come sostiene da sempre, la trovò già morta, non poteva non essersi macchiato le scarpe. Che invece erano immacolate. Dunque Alberto tornò a casa a cambiarle. Dunque mente. Dunque è lui l'assassino: un assassino freddo e senza pietà. Per questo, nella sua requisitoria, il pg Laura Barbaini aveva chiesto una condanna esemplare, trent'anni di carcere. I giudici gliene diedero poco più della metà.

Misteriosa l'arma del delitto, mai indicato con chiarezza il movente, troppo breve per compiere tragitto e delitto la pausa nel computer a casa di Alberto: sull'altro piatto, per convincere la Corte d'assise ad assolvere, c'erano sicuramente elementi anch'essi forti. Non bastarono. E ora non è su di essi che potrà basarsi la richiesta di Alberto di un nuovo giudizio. Se Stasi vuole gridare al mondo la sua innocenza, gli converrà avere davvero trovato qualcosa di nuovo.

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