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Il pubblico ministero ribelle recidivo contro gli insabbiamenti

Storari già indagato per fuga di notizie. Il giallo del verbale di Amara non firmato al processo Eni

Il pubblico ministero ribelle recidivo contro gli insabbiamenti

Il vento di bufera che scuote la Procura di Milano e da lì investe il Consiglio superiore della magistratura, arroventandone l'aria già avvelenata dal caso Palamara, non sarebbe mai partito se il pm Paolo Storari si fosse fatto i fatti suoi, e avesse badato come fanno in molti a non avere guai. Ma Storari è uno che i guai se li va a cercare. Per capire quanto in questa storia di intrighi e di potere il fattore umano abbia avuto un ruolo decisivo bisogna fare un salto indietro di vent'anni. Siamo nel 2001, Storari è un giovane pm della Procura di Torino, chiamato a far parte del pool che indaga su uno dei misteri di quegli anni: lo scandalo Telekom Serbia, la storia di presunte tangenti che avrebbero accompagnato l'acquisto da parte di Telecom Italia di una quota della compagnia telefonica del regime di Belgrado. Storari sente puzza di insabbiamento. E cosa fa? Invita a casa sua un paio di giornalisti che stanno seguendo il caso. Cosa accada a cena non si sa, l'unica certezza è che il terzetto cena frugalmente con delle pizze ordinate a domicilio (come accerterà l'inchiesta). Poco dopo, i giornalisti escono con uno scoop sull'affare Telekom, parte l'indagine sulla fuga di notizie, si risale a una mail partita proprio dal computer di Storari. La Procura di Milano chiede che il giovane pm sia processato per rivelazione di segreti d'ufficio. Sarebbe una carriera distrutta. Ma il giudice lo proscioglie: qualcuno può avere usato il computer all'insaputa del magistrato. Il suo capo Bruno Tinti, che in pensione diventerà collaboratore del Fatto Quotidiano, festeggia: «Storari è un magistrato da portare come esempio per chiunque».

Chissà quanti ora, in Procura a Milano, rimpiangono che la carriera di Storari non si sia davvero fermata lì. Perché vent'anni dopo il pm ha risentito puzza di insabbiamento e ha ripetuto pari pari lo stesso schema. Unica differenza, invece di rivolgersi ai giornalisti è andato direttamente da uno che considerava un referente fidato: Piercamillo Davigo, il Dottor Sottile del pool Mani Pulite, icona di una generazione di magistrati. Errore clamoroso. Perché prima Davigo non fa l'unica cosa sensata, e cioè cacciare Storari dalla stanza per il suo stesso bene, invitandolo a riprendersi le brutte copie dei verbali del pentito e/o calunniatore Pietro Amara sulla fantomatica Loggia Ungheria. Poi ne fa una peggio, permettendo che le carte di Storari finiscano in mano alla sua segretaria Marcella Contraffatto. Che si trasforma in Corvo e le distribuisce ai giornali.

Fin qui, tutto conferma la sintesi che un addetto a sbrogliare la matassa fa della vicenda: «Siamo davanti a una serie di atti di follia». Scomposto il comportamento di Storari, inspiegabile quello di Davigo, dissennato il gesto della Contraffatto. Peccato che a monte ci sia un fatto, un episodio specifico che non ha nulla a che fare con la follia ma con una piaga dei tempi moderni: la trasformazione delle inchieste e dei processi in crociate politiche, talchè eventuali assoluzioni non sono più dimostrazione dell'indipendenza del giudice ma tradimenti davanti al nemico. Il processo ai vertici dell'Eni per le presunte tangenti in Nigeria viene vissuto così dalla Procura di Milano. E il 5 febbraio 2020 in quell'aula avviene l'incredibile, il pm Fabio De Pasquale (nel tondo) cerca di convincere il giudice Marco Tremolada a fare entrare nel processo un verbale di Amara pieno di omissis. Ma De Pasquale non dice al giudice che il bersaglio di quei verbali è proprio lui, Tremolada. É quello il gesto che scatenerà la lucida follia di Storari. Ma chi lo ha dato, a De Pasquale, il verbale di Amara? La lettera di trasmissione porta la data del 29 gennaio 2020, appena cinque giorni prima dell'udienza in cui De Pasquale parte all'attacco. In fondo alla lettera ci sono i nomi di Storari e del suo capo.

Ma la firma di Storari non c'è.

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