Putin sfida la Germania: «Avanti con le sanzioni e resterete senza lavoro»

Per il leader russo «assolutamente illegittime» le misure anti-Mosca E dopo gli Usa avverte Berlino: «Attenti, a rischio 300mila posti»

Prima dello Zar è arrivata la sua flotta. Ma più di quelle quattro navi da guerra mandate da Vladimir Putin a incrociare al largo delle coste australiane fanno impressione i durissimi avvertimenti indirizzati a Washington e Berlino. Avvertimenti pronunciati a poche ore dall'apertura di quel palcoscenico del G20 di Canberra su cui il presidente russo sembra deciso a giocare un'altra delle sue insidiose e complesse partite a scacchi. Un match contro un'Europa e un'America colpevoli di aver introdotto sul fronte ucraino sanzioni che il leader russo definisce «assolutamente illegittime» in quanto non ratificate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. «Le sanzioni contro la Russia - spiega nell'intervista all'agenzia Tass prima di volare a Canberra - violano tutti gli accordi e i regolamenti internazionali...solo il Consiglio di Sicurezza Onu può varare sanzioni. ...questo magari può far qualche danno a noi ma mina soprattutto la credibilità degli Usa perché compromette il sistema di rapporti internazionali».

Quel che più impressiona sono però gli accenni alle rappresaglie economiche messe a punto dal Cremlino per punire Washington e Berlino. Rappresaglie che minacciano di moltiplicare il tasso di disoccupazione della Germania ed erodere, attraverso un sottile gioco di alleanze con Pechino, l'egemonia statunitense sul mercato del petrolio e dell'energia. Il primo bersaglio della complessa offensiva lanciata sul fronte economico-diplomatico di Canberra è la Cancelliera Angela Merkel. Una Cancelliera che se ridotta a più miti consigli finirà, come sa bene l'uomo del Cremlino, con il portarsi dietro l'intera Europa. Putin prima la blandisce ricordando come l'incontro con Angela sia in testa alla lista di «tanti appuntamenti» previsti dalla sua agenda australiana. Subito dopo però ecco l'affondo. Mirato e devastante. «La nostra collaborazione con la Germania - scandisce il presidente russo - garantisce ai tedeschi circa 300mila posti di lavoro. In mancanza di contratti quei posti rischiano di andare perduti. Certo possono essere trovati nuovi accordi, ma resta da vedere che tipo di accordi saranno. Non è così semplice». Un attimo dopo però Putin approfitta d'una domanda sui suoi rapporti personali con la Cancelliera per prospettare all'algida Angela una comoda via d'uscita. «Non ho notato un calo di simpatia (della Merkel, ndr ) nei miei confronti...anche perché, come tutti sanno, quel che ci guida sono gli interessi e non la simpatia o l'antipatia...proprio per questo non prevedo cambiamenti sostanziali nella natura dei nostri rapporti». Come dire: cara Merkel invece di pensare a quanto ti chiede Washington rifletti su quel che la Russia, le nostre materie prime e la nostra richiesta di prodotti tedeschi rappresentano per la tua economia e per i tuoi interessi nazionali.

La vera sciabolata è però destinata all'America di Obama. Alla vigilia di un G20 finalizzato a stabilizzare i mercati e armonizzare gli squilibri creati dalle economie emergenti Putin annuncia un'iniziativa capace di far tremare gli Stati Uniti e ridurre la sua influenza politico finanziaria sul cruciale fronte dei mercati energetici. «Stiamo cercando di prendere le distanze dalla dittatura di un mercato che obbliga a trattare in dollari tutti gli scambi petroliferi...stiamo spingendo il più possibile per garantire l'uso delle valute nazionali come il rublo e lo yuan» - spiega Putin rivelando alcuni delle strategie messe a punto con Pechino durante il recente viaggio in Cina. Strategie che rischiano di trasformarsi in un'autentica bomba politico-finanziaria capace di marginalizzare l'intero sistema economico finanziario statunitense. E trasformare il G20 di Canberra nel prologo di una nuova «guerra fredda». Una guerra che Washington rischia di dover combattere sull'impossibile doppio fronte disegnato dall'inedita alleanza tra il nemico russo e quello cinese.

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