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Quando sfidò gli intellettuali e scoppiò il finimondo

Negli anni Ottanta, la cultura sembrava abitare su un altro pianeta. Poi Costanzo invitò Sgarbi...

Quando sfidò gli intellettuali e scoppiò il finimondo

A partire dalla metà degli anni Ottanta, con il Maurizio Costanzo Show, nasce la piazza per il dibattito pubblico, il luogo dell'incontro e dello scontro pubblico. I personaggi televisivi prima di Costanzo propongono una televisione di intrattenimento, e la televisione è generalmente disertata dal mondo intellettuale e anche dal mondo politico che si muove negli spazi recintati della televisione di Stato, prevalentemente nelle tribune politiche. Esse sono luoghi altri, protetti, rispetto alla televisione generalista. Ma quegli spazi sono troppo piccoli per interessare a Costanzo. E certo non sono né nazionali né popolari. Anzi nazionalpopolare vuole dire facile.

Costanzo inventa una televisione completamente nuova, aperta all'informazione e alle idee, in uno spazio teatrale identificato, anche fisicamente, nel teatro Parioli. Invita personaggi e persone note, attori, cantanti anche esordienti, ma nessun intellettuale è disponibile a partecipare al suo spettacolo e forse nessuno interessa a Costanzo perché è percepito come distante dal popolo, anche se di sinistra. Anzi. I primi a resistere a eventuali lusinghe sono proprio loro. Io credo di essere stato il primo che inconsciamente ha accettato la sfida. Vengo invitato una prima volta nel 1987. Mi sono già mostrato disponibile, ma non sono il solo, alla collaborazione con giornali soprattutto per le rubriche d'arte. Scrivo su vari giornali e ho il mio spazio settimanale sull'Europeo di Lamberto Sechi, su chiamata di Pasquale Chessa, fin dal 1978. Al tempo quella rubrica è già espressione di potere e ha più visibilità e più importanza di una cattedra universitaria. A fianco dei quotidiani, con i loro critici (Givanni Testori sul Corriere e Giuliano Briganti su La Repubblica), i settimanali principali hanno i loro critici: a L'Espresso Maurizio Calvesi e Germano Celant, a Panorama Arturo Carlo Quintavalle, all'Europeo Antonello Trombadori, Federico Zeri e io. Tolto Zeri, non ne vedrete nessuno in televisione. La visibilità nell'ambito di giornali che hanno tirature alte è notevole ma resta settoriale. Nel 1982 nasce FMR, la rivista d'arte più bella del mondo e io ho un peso nella sua linea editoriale e sono molto attivo. Prendo prestigio anche dalla presenza di Umberto Eco, Borges, Italo Calvino, Giorgio Manganelli, Giovanni Mariotti, che attribuiscono alla critica d'arte una consapevole dignità letteraria.

Nel 1985 raccolgo i miei saggi nel libro Il sogno della pittura e vinco il premio Estense, il più prestigioso per la saggistica, ed esco quindi dallo spazio della critica d'arte per entrare in un campo più ampio. Credo che da lì e dalla lettura dell'Europeo alla occhiuta redazione e allo stesso Maurizio Costanzo venga la curiosità di convocarmi, tentando terreni ignoti nel mondo intellettuale, naturalmente lontano dal popolo e ancora più nel settore dell'arte, pressoché sconosciuto ed elitario. Si può considerare l'impegno di uno scrittore soprattutto dopo i modelli di giornalismo e di politica culturale di Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia.

Ma cos'è un critico d'arte e cosa fa? È un lavoro, una professione, o, semplicemente, l'attività di servizio per i pittori che soprattutto a Roma hanno una qualche popolarità, e si sono fatti riconoscere per le provocazioni dell'avanguardia o per la libertà di costumi, come Franco Angeli e Mario Schifano. Il critico d'arte è uno sconosciuto, che fa un mestiere misterioso; e l'unica figura che, nelle contaminazioni di musica, cinema, letteratura, e teatro dà ruolo e immagine alla funzione critica (non dico fino al punto di essere popolare) è Alberto Arbasino.

Lui, come Pasolini e Moravia, si concede alla televisione come l'Indifferente di Watteau, tra mondanità e vanità, ma senza convinzione. Al richiamo di Costanzo è pronto a cedere (perché è un cedimento) solo qualche giornalista (ma non Umberto Eco); ed ecco allora pronti a occupare alcuni spazi televisivi in modo pionieristico: Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Andrea Barbato. Montanelli resta fuori, accettando però un ruolo ventriloquo con Alain Elkann per Tele Montecarlo che poi diventerà La 7. Ai margini del campo si allena con una formula nuova Giuliano Ferrara, politico e giornalista che legittima sul piano intellettuale, più di ogni altro, la televisione di Berlusconi provenendo tra l'altro dal Partito Comunista. Inizia così alla Fininvest Radio Londra. Siamo nel 1989. Due anni prima, nel 1987 io vengo invitato come critico d'arte, per la prima volta, al Maurizio Costanzo Show. Berlusconi occupa lo spazio dell'intrattenimento con Mike Bongiorno, della televisione nazionalpopolare con Maurizio Costanzo, della politica con Giuliano Ferrara. È con questi strumenti non premeditati che inizia la sua attività politica che si legittima e si impone attraverso la televisione, strumento per ottenere consenso. Ma la credibilità e la legittimità gli viene da Maurizio Costanzo. Io, del mondo intellettuale, sono il primo ad accettare la sfida e a raccogliere la provocazione. E, a partire dal 1989, in circa due mesi, raggiungo una popolarità inimmaginabile con un procedimento efficace ma non calcolato: quello di far saltare il banco. Se nel 1987 attacco, sul piano dialettico, la calcolata demagogia di Costanzo entrando in un conflitto non utile a lui e a me, nel 1989 infilo come un torero un filotto di interventi sorprendenti, provocatori e spettacolari, che danno ragione della natura della televisione: l'imprevisto, l'incidente. Una prima volta con una preside, poetessa, in un crescendo di asino e stronza, di involontaria comicità e sicura sorpresa. Il riscontro è straordinario. Costanzo capisce il potenziale esplosivo della mia presenza, ben al di là del ruolo originario di critico d'arte. E così, una seconda volta, abbatto l'assessore alla vivibilità di Palermo (città invivibile) per i sedili di Ettore Sottsass in una piazza storica (e degradata) di Palermo.

L'assessore è la celebre fotografa Letizia Battaglia, che non manca di piangere, sopraffatta dal mio impeto. La terza volta manifesto la mia contrapposizione con Federico Zeri, dichiarando: «lo voglio vedere morto», maledizione mai prima pronunciata in televisione. Costanzo sorride sotto i baffi e sa che ha trovato un campione per il suo circo, che non è però il luogo soltanto per sfuriate, ma anche lo spazio coltivato per lezioni d'arte mai prima proposte in televisione. Intanto il mio nome si amplifica e, nell'arco di pochi anni, gli intellettuali fanno a gara per apparire in televisione: da Umberto Galimberti a Massimo Cacciari, a Paolo Crepet, a Stefano Zecchi, a Giampiero Mughini. Si è abbattuto il muro che separava i due mondi, e nessuno, anche per gli effetti di promozione dei libri, o per semplice vanità, rifiuta l'invito. E se resiste è perché non è invitato. Nell'arco di dieci anni l'influenza politica e culturale di Costanzo si consolida, e appare anche più credibile dopo l'affermazione politica di Berlusconi, che non coinvolge Costanzo il cui giornalismo mai tradito consiste nello stare sulla notizia è si è consolidato con la credibilità di ospiti, nel momento in cui l'operazione giudiziaria si fa protagonista, a partire dal 1992, con Falcone e Borsellino in Sicilia contro la mafia che risponde con inaudita violenza, e con Tangentopoli a Milano. Costanzo sta dalla parte giusta. Il suo giornalismo è impegnato, ed è contro il potere con cui pure aveva avuto in passato commercio e intrinsichezza. È un momento d'oro, e Costanzo assume il ruolo di titolare di una informazione credibile e attiva, mettendo insieme i fatti e le opinioni, in un teatro in cui si racconta la storia contemporanea, e che rende teatrali e personaggi i protagonisti dell'azione politica e giudiziaria. Io ho accettato la sfida, e ci sono e ci sarò anche per elezioni politiche del 1992: il prototipo del politico nuovo di cui si conosce l'immagine e che raccoglie non voti di appartenenza e di squadra, ma voti di opinione. Così divento deputato e sindaco di San Severino Marche. In ogni altro settore l'intuizione di Costanzo si manifesta in modo analogo: non di creare personaggi ma di riconoscerli, di offrire al talento un palcoscenico che, pur essendo un vero e proprio teatro, si amplifica attraverso la televisione. Così politica, letteratura, teatro, cinema e arte possono diventare finalmente popolari. L'esperimento è riuscito per l'intuizione di Costanzo e per la mia temerarietà; ed è un precedente per chi nel mondo intellettuale, pensava di non lasciarsi tentare, coltivando una aristocratica distanza. Io sono il primo che si è sporcato le mani. La televisione di Costanzo è ecumenica, si apre come il colonnato di San Pietro per accogliere i fedeli. E prima c'è il potere della chiesa; poi c'è il potere dei palazzi; e poi il potere dell'informazione che è la televisione, lo spettacolo del mondo, il racconto della vita. I fatti e le opinioni che convivono sono il suo teatro. Per più di 10 anni gli italiani hanno guardato Costanzo come il centro del potere, con il suo show dove tutto accadeva e dove tutto si vedeva. Con questa forza Maurizio Costanzo non è morto. Non può morire. È dentro di noi.

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