Quanta melassa su Obama e Michelle

Il film racconta il primo appuntamento della coppia presidenziale

Maurizio Acerbi

Primo appuntamento. Lei: «Sei in ritardo». Lui: «Speravo non te ne accorgessi». Lei: «Figurati, me l'aspettavo. Lo eri anche il primo giorno di lavoro». Lui: «Non ti sfugge niente». Lei: «Già, sono il tuo supervisore, ricordi?». Il dialogo, abbastanza banalotto, ammettiamolo, non appartiene a una coppia qualsiasi, ma viene attribuito, nel film Ti amo Presidente (in sala dal 17 novembre), per raccontare come nacque e si sviluppò, in dodici ore o poco più, il colpo di fulmine tra Barack Obama e la sua Michelle Robinson. La pellicola, infatti, racconta il loro «first date», tra piccoli bisticci (si sa, l'amore non è bello se non è litigarello), film di Spike Lee (Fa' la cosa giusta), drink, mostre d'arte (di Ernie Barnes, pittore afroamericano) ed assemblee pubbliche (per ottenere un centro sociale) dove mr. President esibisce le sue famose doti oratorie.

Non aspettatevi clamorosi accadimenti. È il racconto di un normale appuntamento come ce ne sono stati altrettanti nella vita di migliaia di coppie. D'accordo, ma allora il regista Richard Tanne avrà imbastito la storia con qualche divertente colpo di scena? Aspetta e spera, perché per tutto il tempo si ha l'impressione di una regia, non dico asservita, ma riverente, educata, sussurrata, quasi spiando i due piccioncini e la loro crescente attrazione. O meglio, all'inizio fa vedere che mentre lui fa il «provolone» (si spruzza lo spray in bocca, arriva su un'automobile sgangherata con tanto di buco nella carrozzeria vista strada, fa gli occhi da pesce lesso per conquistare la futura First Lady), come qualsiasi maschio in caccia, lei mantiene le distanze, non sgarbata, sia chiaro (d'accordo, gli dice che ha le orecchie da Dumbo, però affettuosamente), ma un minimo di barriera sì. Che, ora dopo ora, vien meno, fino all'inevitabile bacio finale che lascia intravedere un futuro che già sappiamo. E allora, la domanda nasce spontanea: a che pro, questo film? Cioè, visto che succede poco o nulla di clamoroso (giusto il minimo sindacale), ma a chi può interessare una storia simile, se non giusto per il gusto morboso del buco della serratura «presidenziale»? Non è che c'entri il fatto di averlo mandato nelle sale americane a fine agosto, magari per rendere ancora più simpatico, agli occhi dell'elettore, il presidente dem (e il suo partito), a poche settimane dal voto? O è pura coincidenza? Ah, saperlo.

Commenti

Commenta anche tu
Grazie per il tuo commento