Quanti flop con i perseguitati politici, dal caso Shalabayeva a Ocalan e Abu Omar

Nel 2013 l'espulsione della moglie del dissidente kazako rischiò di far saltare Alfano

Roma Paradossi della politica: l'Italia dove si dibatte sull'ampiezza dell'accoglienza (solo a chi fugge dalle guerre o anche da fame e miseria?) a guardar bene è un pessimo rifugio per chi è davvero perseguitato. Il caso della figlia dell'ambasciatore Jo Song-gil è ancora da decifrare, ma non sarebbe la prima volta che autorità straniere danno la caccia indisturbate sul suolo italiano ai propri oppositori politici. C'è perfino un precedente nordcoreano, seppur piuttosto lontano nel tempo: Doina Bumbea, un'avvenente ragazza romena che viveva a Roma dove nel 1978 incontrò un uomo che la attirò in Oriente promettendole, pare, viaggi e bella vita. Finì prigioniera nella Nordcorea, costretta a sposare un disertore americano e a tornare in Occidente solo per operazioni di spionaggio.

Una storia vecchia ma i cui contorni si sono chiariti meglio solo di recente. Molto più vicina nel tempo è la storia che, per analogia, sta in queste ore preoccupando il governo: quella di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov che fu espulsa con la collaborazione della polizia italiana, stando almeno alle indagini che hanno portato al rinvio a giudizio di sei poliziotti e la giudice di pace che firmò i documenti necessari. Tra qualche mese inizierà il processo che vede alla sbarra per sequestro di persona, tra gli altri, l'ex capo della Squadra mobile di Roma Renato Cortese e l'allora responsabile dell'ufficio immigrazione Maurizio Improta. Una storia dal potente impatto politico, visto che nella bufera finì anche l'allora ministro dell'Interno Angelino Alfano. Il responsabile del Viminale si trasse d'impaccio scaricando il proprio capo di gabinetto, il prefetto Giuseppe Procaccini.

Quella storia almeno ebbe un lieto fine, perché la diplomazia italiana riuscì a rimediare al disastro e ottenere il ritorno a Roma di Alma Shalabayeva e di sua figlia. Finale amaro invece per il caso del leader indipendentista curdo Abdullah Ocalan che, fuggito dalla Turchia, si rifugiò in Italia nel 1998. Il caso spaccò il governo D'Alema che finì per rifiutargli l'asilo. Ocalan dovette lasciare l'Italia e in seguito fu arrestato. È tuttora detenuto in condizioni tali da provocare una condanna alla Turchia dalla Corte europea dei diritti umani. Stesso tribunale che ha condannato l'Italia per Abu Omar, l'imam sospettato di estremismo e per questo vittima di una «rendition», cioè la cattura in Italia da parte di agenti della Cia che lo deportarono in Egitto dove fu torturato.

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Commenti
Ritratto di bandog

bandog

Gio, 21/02/2019 - 10:40

in compenso,grazie agli sgoverni pdioti,quanti clandestini accolti che si dichiaravano perseguitati politici!!