Quei «je suis Macron» nostrani Parte la corsa al gemellaggio

Dal premier Gentiloni a Brunetta, il coro bipartisan di politici che s'identificano col vincitore del primo turno

Quei «je suis Macron» nostrani Parte la corsa al gemellaggio

Oui, je suis Macron. Non è in gioco il Super-Io, la megalomania di un Narciso dilatato, ma alzi la mano chi per almeno un istante non s'è immedesimato nel ragazzino viziato e festante che l'altra sera sventolava il Tricolore assieme alla vituperata bandiera blu con stelline in cerchio. Il diplomato all'Ena sedotto dalla propria professoressa, trama che resta pur sempre via di mezzo tra Il Laureato con Dustin Hoffman e L'insegnante con la Edwige Fenech dei formidabili Settanta.

Fosse solo per quello, il successo dà sempre quel po' di favorevole ebbrezza. Favorevole all'autostima, naturalmente. Ed è un bene che al suadente fascino si sia subito sottratto il trinariciuto Salvini, che pure vi era sotto sotto incappato (rivelatrice la sua immagine di Macron, «burattino elegante», dove l'accento finisce per calare sull'elegante e non sul burattino). Dunque, assodato che anche i grillini hanno modestamente rivelato di «avere poco in comune con Macron» (ce n'eravamo accorti), eccoci ai numeri uno e due di questi trapezisti frettolosi. Il primo, Enrico Letta, autore tempestivo di un tweet che si sarebbe potuto impiegare per una storia minuta della gioia («W!!!»), se non l'avesse poi sommerso di un apologetico fiume di parole che sarebbe stato meglio condensare in un agile: «Macron c'est moi!».

Ma siccome dove c'è un sereno Enricoletta, spunta sempre l'ombra cornuta del diavolo, nelle stesse ore la violenza fiorentina era ancora levatrice della storia e Matteo Renzi poteva dichiarare solenne che «è nato il Pd anche in Francia». Man mano che le ore passavano, Renzi si scrollava di dosso i panni sporchi di un socialismo al 6% («Ma chi mi ha dato l'idea di entrare in quell'Internazionale di zombie?»), per assumere l'abitino elegante dell'Emmanuel. Non sono forse entrambi personaggi del sistema che si fanno passare per «anti-sistema?». Certo Macron è un ministro d'Economia e Finanze, ne mastica di affari fin dai tempi della Banca Rothschild, mentre Renzi s'è dovuto accontentare di quella ciofeca dell'Etruria e dei debiti di Mps, però il rischioso parallelo è pur sempre stabilito. Al resto pensavano i suoi corifei più simpatici, dal sottosegretario Gozi che già da giorni vanta l'amicizia con il caro Emmanuel (senza l'immedesimazione, ma con una punta di malizia) fino alla telefonata con Parigi piena di speranza del premier Gentiloni (più che antesignano, quasi il nonno di Macron). Toccando punte di spasso con un indiscutibile «re» della comicità pidina, Andrea Romano. «Macron si è ispirato ad alcune proposte di Renzi, le sue proposte somigliano a quelle di Matteo e comunque la linea è la stessa: quella di un europeismo solido. E, come lui, anche il Pd è contro l'establishment...».

Ma se tutto il mondo è paese (anzi, Strapaese) e la parabola del ragazzotto 39enne ha varcato vetusti confini sinistra-destra soltanto piazzandosi al Centro, in una specie di partito della Non-Nazione, ecco persino un Non-fautore di esso quale Renato Brunetta incappare nel peccato delle origini. Altro che candidato di centrosinistra, rivela il capogruppo azzurro, «è un socialista che ha lasciato la sinistra per collocarsi al centro con grande intelligenza, è un lib-lab come sono io». Finendo però per innescare in questo modo anche la proprietà transitiva, per cui il lib-lab concorrente Stefano Parisi, essendo fuori dai partiti tradizionali, può rispecchiarsi nella macronitudine. Che non ha confini, né limiti, per sua definizione. «Io sono come Macron, oltre gli schieramenti», rivendica perciò anche il «Coraggioso» Fabrizio Ferrandelli, fu Pd, candidato sindaco di Palermo lanciato da Forza Italia. E se Parigi avesse lu mare, ovvio, lo sarebbe pure di Bari.

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