A sinistra molti politici sembrano seriamente convinti della necessità che la premier Giorgia Meloni (o qualcuno del suo staff) pretenda da chiunque le chieda una fotografia o si presenti a un evento, dove lei è presente, che esibisca le proprie generalità (nome, cognome e codice fiscale) e, in seconda battuta, il proprio casellario giudiziario. Uno screening necessario da affidare ad agenti in borghese che schedano e profilano e poi rendono conto di tutti gli incontri (anche i più fortuiti) della Meloni, magari in un albo pubblico. E non solo da quando siede a Palazzo Chigi. Anche prima. Perché sai mai che Report e i giornalisti di Sigfrido Ranucci sentano l'esigenza di chiederne conto. Operazione trasparenza, potremmo chiamarla. Tutti schedati. Pure i parenti dei parenti. Giù giù lungo l'albero genealogico di chiunque chieda selfie o anche solo sia presente in sala. Altrimenti: gogna pubblica. Poco importa, tuttavia, se a inseguire certe inchiestone di certa stampa progressista siano quegli stessi politici che poi, guarda un po', si ritrovano, quasi per magia, nella stessa piazza di soggetti che definire violenti è un eufemismo. Politici che vanno a braccetto con antagonisti, centri sociali e anarchici. Politici che lisciano il pelo a movimenti pro Pal e pro Hamas in odore di estremismo. Politici che hanno a che fare con realtà che la legalità la conoscono solo per sentito dire. Politici che, quando poi butta male, svicolano molto abilmente, magari sostenendo che "sì alcuni sono violenti ma sono una minoranza rispetto ai manifestanti pacifici". Politici che aprono le porte delle istituzioni a predicatori che l'islam lo interpretano alla lettera.
Politici che regalano biglietti Erasmus di sola andata per Strasburgo a chi è sotto processo. Politici, insomma, che certi standard valgono solo per gli altri. Perché, a ben guardare, la storia del selfie è solo un'occasione come un'altra per gettare fango addosso alla Meloni.