Quelle decisioni a rilento per paura della magistratura

Draghi ora è chiamato a riscattare i tentennamenti di Conte succube di pm e Regioni sulla salute pubblica

Quelle decisioni a rilento per paura della magistratura

La settimana scorsa, dopo un incontro con l'ex premier Giuseppe Conte, Carlo Calenda ha disegnato con una battuta i limiti di chi ha gestito per un anno la politica del Paese per contrastare una pandemia che ci vede ai primi posti a livello mondiale nella classifica del numero dei morti in rapporto alla popolazione. «L'abbiamo scampata bella ha confidato di primo acchito al suo staff meno male che è andato via. Altrimenti saremmo tutti morti. Mai incontrato un fesso del genere in vita mia». Ora, a parte il colore, in quelle parole c'è l'immagine di un premier, quello passato, che per deresponsabilizzarsi ha delegato spesso e volentieri, le decisioni, quelle importanti, dai casi di Alzano e Nembro in poi, vuoi alle Regioni, vuoi all'Europa, vuoi al Comitato Tecnico Scientifico, vuoi al Commissario per l'Emergenza. Appunto, un gap di decisionismo del Potere politico centrale, che non ha nulla a che vedere con la collezione di Dpcm di cui si è fregiato Conte, caratterizzato da un balletto che è andato avanti per un anno intero nel rapporto con i governatori. Eppure la Costituzione con cui tutti si riempiono le bocca, non lascia dubbi in merito: l'art. 117 assegna al governo il compito di gestire la profilassi internazionale, appunto la pandemia, che è cosa ben diversa dalla politica sanitaria. Una norma che nasce dal buonsenso comune, oggi come settanta anni fa, che un'emergenza va gestita dal governo nazionale. Solo che al precedente esecutivo non conveniva fare chiarezza una volta per tutte sul punto, proprio per non assumersi delle responsabilità. Solo che rifiuta oggi, rifiuta domani, il criterio del rinvio e dello scarica barile, è diventato generale. Fino all'assurdo italiano, per non dire europeo, delle ultime 48 ore: dopo un anno il Belpaese segna ancora una media giornaliera di 500 morti (è il dato di ieri) e si polemizza sull'uso di un vaccino come AstraZeneca per alcune decine di casi di trombosi che, per motivi tutti da chiarire, avrebbe provocato in Germania.

Così l'Italia, così l'Europa. Eppure Boris Johnson con quel vaccino ha salvato l'Inghilterra che tre mesi fa era messa peggio di noi. Addirittura lì il Primo ministro si è assunto la responsabilità di una scelta scientifica: per far presto e ridurre la mortalità, ha deciso autonomamente di somministrare la prima dose a tutti; poi, per assicurare agli inglesi il richiamo nei tempi stabiliti (tre mesi dopo) ha messo in piedi una macchina organizzativa che garantisce 800mila vaccini al giorno. Gli è andata bene anche se non era scontato, ma scegliere e governare prevede anche accollarsi dei rischi: ora i morti nella perfida Albione si contano sulle dita di una mano e il Paese, sopravvissuto a tre mesi di lockdown, sta riaprendo. Un'esperienza empirica su milioni di casi che non è bastata, però, a convincere né noi, né l'Europa che quella è la strada da seguire. Anche perché al di là dei risultati del vaccino di AstraZeneca il modello Johnson che potrebbe anche essere il modello Biden e non solo implica per funzionare una catena di comando e una gerarchia in cui il Potere politico è indiscutibilmente al primo posto. Uno schema che Conte ha sempre rifiutato sia per l'appartenenza ad un movimento che è nato sull'onda della diffidenza verso il Potere politico (da quelle parti si predilige la supplenza del Potere giudiziario), sia per paura. Del resto nella Costituzione materiale, quella modificata di fatto dal '92 ad oggi, quella ispirata ad un «politicamente corretto» tutto inventato, di cui la magistratura è il guardiano inesorabile, il Potere politico è succube e tra i vari Poteri è «indiscutibilmente», per paradosso, il più debole. Se un ministro dell'Interno viene processato per sequestro di persona per aver tenuto una settimana su una nave un gruppo di immigrati clandestini, immaginate che potrebbe succedere a un premier che decidesse da solo di somministrare un vaccino che salvasse 100mila persone e provocasse due casi di «trombosi»? Come minimo il circuito mediatico-giudiziario lo accuserebbe di omicidio colposo, ma se il numero delle vittime superasse i cinque casi addirittura di strage: del resto per quel circuito varrebbero più quei due decessi a cui un'autopsia darebbe un'identità, che non i cinquecento morti senza volto di cui si incolperebbe il virus che nell'immaginario collettivo, incline all'ipocrisia, ormai assume le sembianze del Fato. È l'ipocrisia del «politicamente corretto» che non accetta l'idea anche se ripete da un anno che siamo in guerra dei danni «collaterali» che, purtroppo, trovi nel bugiardino di medicinali ben più banali di un vaccino.

Ecco perché certe decisioni spettano al governo, e non ad altri: dall'uso dei vaccini, alle priorità delle categorie da vaccinare, alle riaperture. Un premier deve sentire tutte le campane, a cominciare dalla scienza, eppoi decidere soppesando i «pro» e i «contro», assumendosi le sue responsabilità: appunto deve rivendicare la primazia del Potere politico centrale nella gestione dell'emergenza. È quello che non ha fatto Conte e dovrebbe fare Draghi. Anche perché solo una guida decisa dà sicurezza e coinvolge il Paese: ieri il premier è stato netto ed efficace nel richiamare i cittadini al rispetto del criterio dell'anzianità nelle vaccinazioni; meno nelle rassicurazioni sull'uso di AstraZeneca, delegate alle capacità comunicative del professor Locatelli (una parodia dell'imitazione di Crozza).

L'altra sera una dottoressa di origine italiana, che da trent'anni lavora nella sanità pubblica inglese, ha paragonato la mobilitazione per le vaccinazioni allo «spirito di Dunkerque», quando centinaia di imbarcazioni con al timone dei privati cittadini del Regno Unito andarono a salvare le truppe rimaste intrappolate dai nazisti: in questa fase le scelte del governo di Londra hanno mobilitato l'opinione pubblica, ha creato lo spirito con cui gli inglesi hanno vinto le guerre. Da noi, questo non sta avvenendo: lo testimoniano le proteste. Troppa confusione, poca fiducia sui vaccini e sulle riaperture. Meglio di prima, ma non basta. Soprattutto, manca ancora un governo che scommetta, che rischi, che si metta alla prova, che dia sicurezza. Conte con la pochette ha interpretato l'Italietta che perdeva le guerre, le vinceva per merito di altri o si arrendeva. Draghi, per l'autorevolezza di cui gode a livello internazionale, dovrebbe osare di più.

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