La posta in gioco è sempre più alta nella guerra all'Iran, adesso che il conflitto ha virato verso lo scontro aperto sull'energia e il commercio, provocando un'ulteriore impennata dei prezzi di gas e petrolio, e dopo che per la prima volta ieri Israele ha colpito decine di navi lanciamissili iraniane nel Mar Caspio, allargando il suo raggio d'azione.
La rappresaglia di Teheran agli attacchi israeliani di mercoledì sugli impianti iraniani di South Pars, il più grande giacimento di gas naturale al mondo, è scattata ai danni di tutti i Paesi del Golfo Persico. I missili degli ayatollah hanno colpito la raffineria saudita di Samref, una joint venture tra Saudi Aramco ed Exxon Mobil, nella città portuale di Yanbu sul Mar Rosso. Dalle prime ore del mattino sono stati nuovamente presi di mira gli impianti di Ras Laffan per la produzione e il trasporto di Gnl del Qatar, già colpiti il giorno precedente, con conseguente minaccia di Donald Trump di distruggere South Pars se fosse accaduto. I droni armati di Teheran hanno costretto la compagnia petrolifera statale kuwaitiana Kpc a sospendere temporaneamente le attività nelle raffinerie di Mina Abdullah e Mina Al-Ahmadi. Esplosioni anche in Bahrein, in Oman e negli Emirati Arabi uniti, che a metà giornata annunciavano di aver intercettato un totale di 334 missili balistici da inizio conflitto e 1.714 droni, numeri che confermano come la monarchia sia la più colpita finora dalla Repubblica islamica. Ad Haifa, in Israele, la raffineria Bazan è stata invece colpita dal frammento di un missile intercettore e non - come si era creduto in un primo momento - da un ordigno iraniano. Costretto a un atterraggio di emergenza anche un F-35 americano, apparentemente raggiunto dal fuoco iraniano.
Teheran non si ferma e alza la posta. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi definisce la risposta del regime "moderata" e minaccia che "non mostrerà alcun freno" se l'offensiva nemica proseguirà. Teheran chiede un risarcimento agli Emirati per aver "consentito" le azioni americane e valuta la richiesta di pagamento di un pedaggio per attraversare lo stretto di Hormuz.
Il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed Al Thani condanna i "continui tentativi dell'Iran di trascinare la regione in questo confronto" e chiede la fine dell'escalation. Per il ministro degli esteri dell'Oman, Badr Albusaidi, il conflitto è una "catastrofe" che poteva essere evitata perché un'intesa tra Iran e Stati Uniti "era davvero possibile". Un appello per la fine degli attacchi iraniani arriva anche dalla riunione ministeriale a Riad tra gli Stati arabi, che esprimono timori per "le gravi ripercussioni politiche, di sicurezza ed economiche" causate "dal protrarsi dell'escalation e dalla minaccia alla sicurezza marittima".
Oltre alla questione energetica, c'è infatti quella del commercio, minacciato dalla chiusura dello stretto di Hormuz da parte di Teheran, tanto che 7 Paesi, Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Canada e Giappone, si dicono pronti a contribuire a un piano per garantire la navigazione, con l'Iran che minaccia di ritenerli complici del conflitto.
Israele allarga intanto il suo raggio d'azione distruggendo diverse imbarcazioni militari iraniane, tra cui navi lanciamissili, un cantiere navale e un centro di comando e controllo nel Mar Caspio. In tutto, dal 28 febbraio, data di inizio del conflitto, le Idf hanno fatto sapere di aver sganciato oltre 12mila bombe sull'Iran, 3.600 solo su Teheran, mentre nelle operazioni in Libano le vittime sono oltre mille.
Il premier Benjamin Netanyahu spiega che l'Iran "non può più arricchire uranio e costruire missili balistici", dichiara che Israele ha agito "da solo" contro il complesso di South Pars e che il conflitto continuerà "finché necessario".