La Rai insabbia lo scandalo "Report". La Vigilanza all'ad Fuortes: ora risposte

Bocche cucite ai vertici di Viale Mazzini dopo le rivelazioni sui metodi del programma. Ranucci minaccia: "Vi querelo"

La Rai insabbia lo scandalo "Report". La Vigilanza all'ad Fuortes: ora risposte

Rabbia, stupore e indignazione. Secondo quanto trapela, in commissione di Vigilanza Rai sono furiosi con i vertici della Rai, per nulla intenzionati a difendere l'azienda dall'ipotetica frode con tanto di danno erariale che un suo dipendente, Sigfrido Ranucci, avrebbe potuto imbastire a loro danno. Per capire se davvero Report è una «centrale di dossieraggi anonimi, una macchina del fango sospinta dal suo conduttore», come sostiene il renziano Davide Faraone, la Vigilanza Rai ha una sola strada: sfruttare il ruolo giurisdizionale riconosciuto all'organismo parlamentare e ricostruire la vicenda con una serie di audizioni di tutti i soggetti chiamati in causa, per evitare che la storiaccia venga insabbiata per sempre. Non è escluso che il suo presidente Alberto Barachini di Forza Italia ci stia pensando. Come dire, «la Rai ci deve delle risposte». Bocche cucite invece dall'entourage dell'amministratore delegato Carlo Fuortes, chiamato in causa da Michele Anzaldi (Italia viva): «Prima che se ne occupi la Corte dei Conti, che vigila sulla Rai con un magistrato appositamente delegato, Fuortes deve chiedere subito all'audit di includere anche questo video». L'istruttoria in Vigilanza è stata aperta ufficialmente con il deposito dei messaggini minatori e minacciosi con i quali il «vigilato» Ranucci apostrofa come «mer...» i suoi controllori e ipotizza 78mila segnalazioni arrivate sulla sua scrivania, che dice di avere cestinato. Chissà quante di queste «segnalazioni» potrebbero aver seguito la strada che Ranucci ha tracciato durante la cena con gli emissari della Lega che nel 2014 volevano sputtanare l'ex sindaco di Verona Flavio Tosi, quando racconta di un vorticoso e rodato meccanismo fatto di fatture false a prestanome compiacenti per rifilare alla Rai materiale scadente e farsi pagare video raccattati per inguaiare qualche politico.

C'è anche un danno reputazionale per la tv di Stato. «Sono reati gravi - dice il direttore di Tgcom24 Paolo Liguori - fatti con il denaro del contribuente e a danno dell'opinione pubblica, ma soprattutto degli spettatori di Report e della Rai di cui Ranucci sarebbe un dirigente». Ovviamente il vicedirettore Rai non è a suo agio dall'altra parte della barricata, e minaccia di portare anche il Giornale in tribunale: «Mi spiace che hai scritto una cazz... Sarò costretto a querelarti, anche perché sapevi come si era chiuso audit». Già, come si è chiuso? Ranucci sa meglio di noi che le gradazioni dell'audit sono quattro: verde, giallo, arancione e rosso. Solo Fuortes sa il colore del cartellino sventolato al conduttore di Report. Non è rosso ma non sarà neanche verde, perché come si legge nel dossier scoperto dall'azzurro Andrea Ruggieri una collega che per 22 anni ha lavorato a Report è stata allontanata dopo essere stata a suo dire vittima di mobbing. Reato difficile da dimostrare, e chi ne è vittima lo sa. Abbiamo invitato Ranucci a replicare alle «cazz...», lui insiste che «il dossier anonimo è falso, lui non ha comprato video da alcun latitante e quei file sono parziali» mentre fa invadere i social con una serie di post fotocopia (con parole chiave come #Bufale #delegittimazione #dossieraggio #macchinadelfango) contro i nostri articoli e il Riformista, reo di aver riesumato un video vecchio, non manipolato e sostanzialmente inedito che rivela la sua disinvoltura nel procurarsi materiale di provenienza discutibile, facendosi scudo dei suoi rapporti con i nostri servizi segreti. «Tosi aveva ordinato ai suoi di registrarmi nel tentativo di bloccare un'inchiesta su di lui per i suoi rapporti con la 'ndrangheta - sostiene Ranucci su Facebook - depositò i nastri in Procura e mi denunciò per dossieraggio e fondi neri, dalle quali io fui archiviato e Tosi condannato in primo grado per diffamazione».

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