Rcs cola a picco ma nessuno vuole scendere

Il salotto del Corriere ha troppi padroni e non pensa a crescere

Rcs cola a picco ma nessuno vuole scendere

Parlare su un quotidiano di un altro quotidiano è sempre un esercizio difficile. Cane non morde cane. E per di più tutti i gruppi editoriali italiani, chi più chi meno, fanno i conti con calo di pubblicità e di diffusione. Ma Rcs, l'editore del Corriere della sera e della Gazzetta , non è solo un editore, è quel che resta di un grumo di poteri forti che circolavano in italia. Alcuni di questi sono diventati dei semplici rentier (ultimo il caso dei Pesenti che si sono venduti la fabbrichetta), altri, come Mediobanca, stanno imparando l'inglese, gli ultimi (Unicredit e Intesa) combattono più con le regole di Francoforte che con quelle di Roma. Insomma il Corrierone serve meno. Persino alla famiglia Agnelli - che ha ormai fatto digerire lo spostamento dell'asse Fiat all'estero (come è normale per una multinazionale che voglia competere globalmente) - in fondo fa più gola l' Economist (di cui vogliono aumentare la partecipazione) che via Solferino.

Eppure tutti restano incagliati in quel capitale, tutti ambiscono ancora ad entrare in quel consiglio. Anche se è poco chic dirlo e neanche sotto tortura lo ammetterebbero. Tutti con quell'aria blasé di chi ascolta il motivetto di Vinteuil.

C'è un fattore comune nella crisi di tre grandi imprese italiane provenienti dal passato e cioè Telecom, Alitalia e Rcs: una pluralità di azionisti (le prime due stanno cercando di rimediare) che vogliono dire la propria e che sono da accontentare. Tre casi di società un tempo grandi e oggi, anche se in modo diverso, in difficoltà.

Rcs ne è la regina. L'altro ieri il consiglio ha votato all'unanimità i conti e il nuovo piano strategico. Anche il rappresentante di Cairo, l'unico che ha avuto il coraggio di fare una lista di minoranza, ha detto sì.

La situazione è questa: a dicembre di due anni fa il debito era di 474 milioni, dopo un anno è salito a quota 482, ieri è stato diffuso il dato al 30 giugno con debito salito a 526 milioni (8 in più rispetto al medesimo semestre del 2014). Uno potrebbe pensare ad un andamento in crescita ma tutto sommato stabile del debito in un periodo di grandi investimenti e di crisi. Errore. Negli ultimi tre anni Rcs si è venduta letteralmente casa e moglie per mantenere i suoi quattro figli (due quotidiani in Italia e altrettanti in Spagna), ma se continua a questo ritmo dovrà sacrificare anche qualche pargolo. Negli ultimi anni insomma ha venduto il vendibile, ha ceduto le sue storiche mura di via Solferino, periodici, partecipazioni, tv e ora libri. Ha raccattato 21 milioni dalle radio. Ha chiesto ai soci 400 milioni. Ha quindi ridotto il suo fatturato di circa mezzo miliardo, ma non il debito. Che anzi cresce.

Insomma l'impressione è che ai piani alti e ora in affitto di via Solferino pensino più a ripagare il debito e rispettare le sue condizioni, che al futuro industriale dell'azienda. Ma nel farlo ragionano in ottica di breve periodo, tanto nel lungo... siamo tutti morti. L'importante è che a settembre non si debba procedere ad un nuovo aumento di capitale e chi vivrà, vedrà. Peccato. Tanto tutto si dimentica. E velocemente. L'anno scorso, chiuso con una perdita di 110 milioni, nei documenti ufficiali Rcs si diceva che nel 2015 ci sarebbe stato un certo beneficio derivante da Expo. Quest'anno di quel beneficio non c'è più traccia e al contrario scopriamo che fu il 2014 a godere dello straordinario beneficio dato dai mondiali di calcio. E ieri si approva un nuovo piano industriale, molto incentrato sullo sport. L'anno prossimo scopriremo i fattori non ricorrenti che ne hanno compromesso il perfetto e previsto dispiegamento.

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Non tutte le cose vanno così male. Ieri Intesa ha presentato i suoi conti. La banca guidata da Carlo Messina ha fatto due miliardi di utili netti. La parte corporate guidata da Gaetano Micciché da sola ne ha realizzati 850 milioni. Bene tutte le aree. Sono riusciti a rimettere in bonis molti crediti incagliati e dunque salvare attività produttive. In sei mesi hanno fatto tanti utili da potersi permettere di pagare i due miliardi di dividendi che avevano promesso di fare nel giro di un anno. Insomma hanno fatto meglio di quanto scritto nel loro piano. Tutto ciò per fare un soffietto ad una banca? No. Per dimostrare che tra un'azienda che ha molti (troppi) padroni come Rcs e aziende che ne hanno uno solo, c'è pure la via di mezzo della public company all'italiana che sta dimostrando di portare a casa utili per i suoi azionisti come nessuna altra concorrente in Europa è in grado di fare. Il problema di Rcs non è solo il management, ma una pattuglia di azionisti che tirano il carro in troppe direzioni.

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È una delle tante decisioni del Consiglio di Stato che sembrano apparentemente tecniche, ma che avranno risvolti importanti. Tommaso Ferrario e Alfonso Celotto dello studio Amtf hanno vinto per conto dei loro clienti Tirreno Power, Sorgenia, Energia Concorrente e aXpo Italia, un ricorso contro le decisioni dell'Authority sull'energia in merito alle tariffe del trasporto del gas. Andiamo al sodo. Il governo Monti aveva previsto un codicillo nel famoso decreto sviluppo per il quale le società energivore godessero di un trattamento di favore nelle tariffe al quale è trasportato il gas che serve loro. L'Authority ne doveva fissare le condizioni. Ma questa, secondo il Consiglio di Stato, non lo avrebbe fatto in un modo congruente al decreto. Tutto da rifare dunque. Ma la cosa importante è che probabilmente lo sconto che ora dovrà essere previsto per il trasporto da parte dei grandi sarà pagato da medio-piccoli. In fin dei conti dalle famiglie. È ciò che in fondo prevedeva quella legge. Di sviluppo.

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